Le vedove di Conte

L’addio di Giuseppe Conte ha lasciato numerose vedove inconsolabili, soprattutto sui social è un grande decantare le qualità dell’uomo, che ci sono, e del suo operato politico, meno evidenti. Piange Casalino, applaudono i dipendenti di Palazzo Chigi, lo fanno sempre, visti i privilegi di cui godono, questa volta sono stati più calorosi, il che depone a favore dell’uomo. Dato a Giuseppe Conte l’onore delle armi, cerchiamo di capire perché, avendo tutte le qualità che gli attribuiscono le sue inconsolabili vedove, sia caduto. Purtroppo quando perdi è perché hai giocato peggio dei tuoi avversari e non è così rilevante se si sono rivelati un po’ fallosi. Di certo Conte detiene il record italiano del trasformismo, è infatti l’unico premier che sia passato, senza soluzione di continuità, da un governo con la destra ad uno con la sinistra. Neppure Agostino Depretis riuscì a farlo, ma ha pure tentato il tris con il governo dei responsabili, meglio sarebbe dire voltagabbana. Chi si straccia oggi le vesti per essere al governo con la Gelmini e la Carfagna, dovrebbe ricordarsi che il Conte ter si sarebbe retto col voto della “badante” di Berlusconi, Maria Rosaria Rossi, mai nome fu più ironico, ricevuta addirittura a Palazzo Chigi. Questo sforzo di durare, aveva fatto perdere di vista il degrado del Paese: 160 tavoli di crisi, alcuni antecedenti il Conte uno, Alitalia, Ilva, Autostrade, da anni in attesa di soluzione; dal grido toninelliano abbiamo cacciato i Benetton, all’infinito mercanteggiamento con loro. Dopo il reddito di cittadinanza senza politiche attive e dopo quota cento, nessuna riforma strutturale, né della giustizia, né della burocrazia, né del codice degli appalti. Certo è arrivata la pandemia e l’impegno del premier è stato encomiabile, ma i provvedimenti, una volta presi spesso poche ore prima, non venivano mai attuati con solerzia, con veri e propri errori: dai banchi a rotelle, alle primule, agli acquisti miliardari del commissario demiurgo Arcuri. Volendo essere pignoli, dobbiamo ricordare alle nostre vedove inconsolabili che il governo Conte due ha votato la norma antiscalata, per salvare le aziende dello psiconano, lo stesso di cui oggi schifano l’alleanza, e l’oscura e pessima vicenda della mancata nomina di Di Matteo al Dap. Però gli errori più grandi sono stati due: il primo l’aver tentato di costituire un proprio partito sull’onda di una popolarità evidente, anche se drogata dall’epidemia, il che ha lasciato indifferente l’evanescente Zingaretti, ma ha spaventato il gruppo dirigente dei 5 Stelle, Matteo Renzi e pure gli ex renziani del Pd. L’idea di Conte leader di un nuovo centrosinistra piaceva solo a D’Alema e Zingaretti. Il secondo errore è stata la disastrosa gestione del Recovery Plan e della sua governance, forse più per colpa dell’inconsistente ministro del Tesoro Gualtieri, ma questa confusione ha spaventato le cancellerie e ciò, unito ai dubbi dell’amministrazione Biden che ricordava i rapporti stretti con Trump e con la Cina dei governi Conte uno e due, ha acceso la miccia o meglio, ha armato la mano di Renzi e dei suoi alleati silenziosi, che oggi troviamo tutti nel governo Draghi. Forse Conte avrebbe fatto di più e meglio se chi lo aveva portato al premierato, cioè i 5 Stelle, non ne avessero costantemente frenato l’azione con un certo velleitarismo e una forte mancanza di pragmatismo, per poi mollarlo rapidamente, ma l’aver gestito questo rapporto con superbia e ambiguità è stato, da parte di Conte e Casalino, uno sbaglio fatale. Non sono mai gli altri che vincono, sei tu che perdi e dopo non resta che piangere, ma sul latte versato.

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