Le panzane non sono un’esclusiva pentastellata

 michele boldrin

Smontare le panzane di almeno uno visto ch’è impossibile farlo con mille. Perché questo? Per caso, perché stasera ho un’ora da dedicarci. 

L’informazione italiana, oramai, è una specie di circo in cui viene pubblicato “quasi di tutto” con un comun denominatore: il rigetto, la negazione, infatti il disprezzo, per quello che comunemente chiamiamo “cultura” o “scienza” o “ricerca accademica”. Questo arrogante rigetto/disprezzo porta al potere mediocrità ed avventurismo, che distruggono il paese.

Questo fenomeno è particolarmente accentuato nel campo dell’economia dove il mio “quasi tutto” va inteso come: tutte le follie possibili ma quasi mai qualcosa di sensato. Da circa un decennio (era iniziato prima: questo blog nacque come reazione all’andazzo che osservavamo già nel 2005) il tema dominante è diventato: i “professori” sono una banda di inutili che non hanno capito niente dei sistemi economici, vi spieghiamo noi come funzionano. L’abbiamo appreso alla celebre “università della vita”. Il caso più frequente è, come sappiamo, quello del sovranista o grillino o leghista che ci spiega ogni due secondi che il “dogma neoliberale” propagandato dai “professori” è una menzogna mentre la verità è quella cosa che lui/lei ha appreso sulla base dell’esperienza personale. L’università della vita, insomma, la stessa frequentata dalle Castelli, dai Toninelli, dai Rinaldi, i Siri e così via.

Ma c’è anche la versione “imprenditoriale”, tipicamente rappresentata da persone che, avendo avuto un qualche successo nella propria attività aziendale, ritengono di aver anche capito come funzionano le opzioni asiatiche, lo sviluppo economico o la creazione della moneta dal nulla, e ce lo spiegano. O dal dirigente bancario che ha cooperato al fallimento della sua banca, è stato licenziato per questo ed ora è diventato una celebrità popolare spiegando che il debito pubblico è un furto organizzato da menti criminali, ovviamente guidate da qualche “professore”. Impossibile fermare questa enorme tsunami di cazzate, assolutamente impossibile. Ragione per cui articoli come questo non si scrivono di certo nella speranza di ristabilire un po’ di fatti e logica ma per puro divertissement, perché uno dei mille “articoli” prodotti dal laureato in vitalità è riuscito ad essere così offensivo da giustificare la perdita di un’ora o due di lavoro per provare che è solo una sequenza di arroganti stronzate.

 1) Gli investimenti non dipendono dal costo del capitale investito. Motivazione? Lui ha visto aziende che mantengono i propri programmi d’investimento a fronte di aumenti dei tassi d’interesse passivi. Il nostro non riesce a capire la differenza fra imprese marginali ed inframarginali (qui un breve video didattico che spiega il concetto): secondo lui gli “economisti” teorizzerebbero che TUTTE le imprese riducono gli investimenti quando aumenta il costo del finanziamento. Ovviamente non ha capito nulla: SE tutte le aziende tagliassero gli investimenti quando aumentano i tassi “di qualche punto” (quanti punti? 2,3,5?) non ci sarebbero recessioni dove il PIL diminuisce del 2% o del 4% ma catastrofi continue! Sono le imprese marginali (graziaddio una minoranza) che soffrono dell’aumento dei tassi mentre le inframarginali ne soffrono meno, progressivamente meno più “infra” sono. Non è difficile arrivarci ma … Questo per quanto riguarda la “teoria economica” e la logica. 

Poi vengono i fatti e qui non saprei dove cominciare. Che vi sia una insurrezione d’imprenditori ogni volta che i tassi reali salgono è, apparentemente, un’invenzione degli economisti. La recessione del 1982 – un caso da libro di testo dell’effetto che aumenti repentini dei tassi hanno sull’attività d’investimento – è evidentemente una bufala propagandata da professori di NYU. Che le imprese italiane nel 2011-12 si siano trovate di fronte ad un aumento dei tassi reali che ha generato la peggiore recessione del dopoguerra è un’invenzione dei redattori di noiseFromAmerika. Come vedete non sto citando letteratura tecnica, complicati papers econometrici che stimano questo o quello – tipicamente: che (i) l’impatto dei tassi che crescono è molto molto maggiore di quello dei tassi che calano, il quale probabilmente non esiste … ma all’università della vita son sempre lì a chiederne ulteriori riduzioni per “stimolare” l’economia e che, (ii), l’impatto negativo di una crescita dei tassi è visibile, appunto, sulle imprese marginali con scarse risorse proprie – ma banali dati storici noti a tutti. E potrei ovviamente continuare per ore: cosa è successo in Argentina quando i tassi sono schizzati? Cosa successe alla domanda di credito negli USA tra il 2008 ed il 2009 quando, a causa della crisi finanziaria i tassi praticati dal sistema finanziario ai debitori schizzarono di vari punti? Eccetera.

2) Migliorare la fiscalità non indurrebbe un maggior numero d’imprese ad investire in Italia. Perché? Perché secondo questo signore le imprese localizzano gli “investimenti in funzione della prossimità ai clienti e fornitori, costo e flessibilità del lavoro e dimensione aziendale.” Ha scritto proprio così. La logica elementare anzitutto. “Migliorare la fiscalita'” è termine ambiguo ma suppongo intenda dire ridurre il costo complessivo della fiscalità (adempimenti ed imposte/tasse varie) sull’attività d’impresa. Apparentemente una “roba” che (in Italia) costituisce tra il 40% ed il 70% del costo finale del prodotto non influenza le decisioni aziendali! Se quel costo si riducesse del 50%, secondo questo signore, non succederebbe niente. Eh sì, perché l’ardita frase non ha né quantificatori né numeri, è “generale” e costui non si rende conto che nella “fiscalità ” per un’impresa non ci sono solo IRES, IRAP ed altri balzelli direttamente caricati all’impresa ma c’è, soprattutto, la fiscalità che ricade sul costo del lavoro sia nella forma di IRPEF che nella forma di contributi per pensioni e sistema sanitario. La qual cosa ci porta a notare che il nostro si dà torto da solo nel giro di poche parole visto che ritiene il costo del lavoro sia importante! Ed il costo del lavoro è forse indipendente dal carico fiscale? Cosa poi voglia dire “dimensione aziendale” lo sa iddio ma provo ad indovinare. Vuol dire che se sei medio-grande (un numero a caso: più di 500 occupati) allora ALCUNI dei tuoi investimenti li fai ANCHE tenendo conto dei costi di trasporto da e per. Certo, anche (ci torno nel prossimo paragrafo). Ma si dà il caso che di imprese con meno di 500 occupati ve ne siano “molte” e che “molte di più” potrebbero esserci se, appunto, la fiscalità non le avesse fatte fuggire. Ma lui non l’ha notato …

Ed infine la collocazione da e per. Dev’essere per quello che Amazon ha la sede principale a Seattle ed ha cercato le migliori condizioni fiscali, burocratiche ed ambientali per il suo secondo headquarter. E dev’essere per quello che dozzine di aziende “digitali” hanno la loro base europea in Irlanda, perché l’Irlanda è vicina a clienti e fornitori. E, di nuovo, dev’essere per quello che la FCA ha lasciato Torino: per essere vicina a clienti e fornitori. E l’industria degli occhiali ha chiuso dozzine di fabbriche nel bellunese perché, dopo decenni, era diventato troppo “lontano” da clienti e fornitori … la geografia evolve. Tutti questi paesi, europei e non, che cercano di attirare investimenti riducendo imposte e burocrazia (vedi sotto) sono governati da pazzi che perdono il loro tempo: dovrebbero dedicarsi a spostare l’intero paese “vicino a clienti e fornitori” per attirare imprese … ditelo agli svizzeri, agli austriaci, ai taiwanesi, ai coreani, ai … La parte più comica, qui, è che a un certo punto elenca una serie di imprese italiane che hanno spostato le loro sedi altrove e considera tale scelta “logica” ma, secondo lui, la logica non è né di costi, né di fiscalità, né di burocrazia. No, è di immagine!

3) Poi c’è la storiella del Sud Italia e qui non si capisce cosa voglia dire. Riesce a contraddirsi da solo così tante volte che, seguendolo, m’è venuto il capogiro. Al Sud non si investe perché c’è l’illegalità diffusa, il costo del lavoro è troppo alto (appunto: fiscalità, fra le altre cose), personale inamovibile, giustizia “politicizzata” (al Nord invece no :)): ma queste cosa sono se non le forme visibili e concrete attraverso cui si manifesta la follia burocratica italiana ed il dissesto della PA, particolarmente pronunciato al Sud? E se il Sud d’Italia è “periferico” come il Nord della Svezia (ha scritto davvero questo, giuro: periferico rispetto a cosa?) che dire dell’Islanda? Di Taiwan PRIMA che la Cina iniziasse a crescere, della Nuova Zelanda dell’Almeria o … dei paesi Baltici? Il mio amico e collega Carlo Amenta, siculo doc e pure professore d’economia in Palermo, mi ha pregato di far sapere che: “Comunque in caso lo ringrazi da parte mia perché sta cosa che il sud dell’Italia è come il nord della Svezia stamattina mi ha fatto svegliare più sicuro di me perché mi vedo biondo”. E questo chiude la discussione su questo punto.

4) Irrilevanza dell’educazione economico-finanziaria. Non è ben chiaro perché mai si soffermi su questo particolare punto, oggettivamente secondario in the great scheme of things, ma anche in questo caso riesce a scrivere assurdità contraddittorie. Sua teoria: meglio non far acquisire agli Italiani un’educazione economico-finanziaria adeguata perché, in quel caso, finirebbero per investire meno in debito pubblico e più in azioni … Ahem, ma non è esattamente questo il problema? Finché la grande maggioranza degli italiani continua a pensare che fare debito pubblico a go-go sia salutare continueranno sia a finanziarlo (non sembra sia il caso ultimamente, ma transeat) che ad accettare che le banche, dove mettono i loro risparmi, ne abbiano i portafogli pieni, sia, SOPRATTUTTO, a VOTARE per partiti guidati da avventurieri che predicano spesa pubblica (= tasse + debito) come strumento per la crescita! Visto che, giusto poco sopra (questa cosa dell’educazione finanziaria viene verso la fine dell’articolo) l’autore ha argomentato che la dimensione del settore pubblico è uno dei due grandi ostacoli alla crescita (l’altro essendo che la Sicilia assomiglia alla parte artica della Svezia …) siamo al perfetto corto circuito logico. E, come ho prima ricordato, Pseudo-Scotus ci insegnò che ex contradictione (sequitur) quodlibet … libet, appunto.

Veniamo poi alla chiave di tutto. Scrive il nostro che “l’impossibilità che il Pil dell’Italia cresca” deriva dal fatto che esiste “impossibilità pratica d’investire al Sud e dal peso abnorme del settore pubblico”. A quel punto mi sono dato due sberle per svegliarmi. Ma il peso del settore pubblico non è misurato, forse, da due cose: tasse e deficit? La somma dei due dà, per definizione, la spesa pubblica e se questa è alta devono essere alte anche le prime due, no? Ma allora come la mettiamo con la fiscalità che non c’entra? E con la burocrazia che, come ci spiega verso la fine, è un “non problema” per le imprese che se la gestiscono (a costo zero?) convivendoci? E se è vero, come è vero, che l’attività produttiva privata è diventata una quota sempre minore del Pil nazionale a causa della crescita del pubblico e di altre attività inefficienti che il pubblico protegge o controlla, non ritorniamo forse alla questione fisco/spesa e burocrazia, ovvero servizi pubblici di cacca? Questo signore riesce a capire che da “A&-A” possiamo argomentare quel diavolo che vogliamo ed anche l’opposto o no? 

Certo che il Pil non cresce se il settore produttivo privato si riduce continuamente MA questo avviene perché … vedi sopra! Ed il debito pubblico conta, signor mio: SE, come dice, questo assorbe una gran fetta delle risorse del sistema bancario ne segue logicamente che quest’ultimo ne ha meno per le imprese produttive. Le quali – ci mancherebbe! – ovviamente non investono in debito pubblico ma, se devono cercare all’estero la fonte di finanziamento … ci spostano anche l’attività. Non è proprio molto difficile da capire, no? In questo caso sembra di sì.

Basta, mi son annoiato, l’ora e mezza è passata e credo il punto sia chiaro. Se non lo fosse lo ripeto: certe cose non andrebbero né scritte né tantomeno pubblicate, men che meno sul principale giornale economico del paese. Bisogna evitare di ragliare in pubblico con tanta arroganza – sì arroganza: quando sproloqui con sicumera di cose che non hai capito, contraddicendoti ogni poche righe, fai un esercizio di arroganza – perché fa danno. Mai scordarsi del capitolo 7 del Trattato …

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