Lavori protetti e non protetti

Di STEFANIA ZOLOTTI

La fine del 2020 mi porta una certezza che negli anni avevo più volte rifiutato di accettare: un giornalismo serio deve far male.

Male perché porta chi firma i pezzi e chi li legge a vedere in faccia l’Italia che non vorremmo vedere e a capire che dipende da ognuno per la sua parte; non si dica che serve più ottimismo o che bisogna raccontare il positivo e ciò che funziona se vogliamo “cambiare il Paese” – espressione talmente ridicola nelle premesse che ne rivela già la sciatteria delle intenzioni e quindi anche delle azioni. Certo che siamo anche un’Italia sana e certo che le va resa giustizia ma ogni luce vive anche di ombre.

Solo scavando sottopelle dove gli altri hanno paura di andare ad annusare le puzze di una società e di un’economia messe senz’aria a fermentare discriminazioni e dolori si può provare vicinanza col Paese. Ai giornalisti viene sempre chiesta imparzialità – ed è corretto – o distanza – ed è altrettanto necessario – ma se c’è una qualità che rende il nostro mestiere capace di incarnare il suo scopo è solo e soltanto l’attitudine alla prossimità, alla similitudine tra umani. Proprio perché avvicinandosi alle notizie vengono giù un velo di ipocrisia dietro l’altro e al tempo stesso si rivelano i meccanismi comuni del vivere. Tutto il resto arriva dopo. Le parole da scegliere per gli articoli arrivano dopo, così come lo stile di scrittura o la capacità di analisi o di sintesi o di colore nel rendere i fatti e i racconti.

Ci viene chiesto di fare passi in avanti e mai indietro, se non a tutela di chi stiamo ascoltando. È un passaggio delicato che si addice bene a ciò che ci è toccato invece subire a livello informativo negli ultimi mesi e renderci conto di come siamo stati trattati dai principali media italiani, di come hanno pensato di entrare nelle nostre vite. Terrorizzandoci, appiattendo le informazioni, allineandosi, annoiandosi loro per primi e poi anche noi, propinandoci i soliti numeri e i soliti nomi. Abbiamo visto in faccia tutta la loro distanza nei nostri confronti proprio quando avremmo avuto bisogno di loro quasi quanto dei medici.

Il circo di buona parte del giornalismo italiano è spesso in gabbia.

Il 2020 ci ha ricordato che fare un giornalismo adulto vuol dire stare vicini agli altri anche se fa male e soprattutto se fa male. È adulto esattamente perché si assume le conseguenze di ciò che va a cercare. Soprattutto dopo un anno egocentrico e spregiudicato come quello che sta per chiudersi.

Da Senzafiltro

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