L’addio di Monti

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Forse nelle università e nei circoli esclusivi frequentati dal Professor Monti, insegnano tante cose, ma non che in politica un’ intuizione non basta. Certo quella di costituire un partito liberal in un Paese pieno di conservatorismi, era stata una giusta intuizione e anche il fatto che nascesse da un assemblaggio di diversità, non era un problema, i partiti sono una somma di diversità, oggi più di ieri. Pure il risultato elettorale non era stato male, deludente rispetto alle aspettative, ma consistente, dato il contemporaneo successo dei grillini. I problemi sono sorti dopo, il Senatore non è mai emerso, mentre il Professore ha spiccato il volo. In solitaria si è candidato a tutto, a premier, secondo il libro dell’ex portavoce di Prodi, l’onorevole Zampa, a Presidente del Senato, a ministro, collezionando fiaschi su tutta la linea.

In solitudine ha lasciato il partito, che a differenza delle scolaresche, andava governato giorno per giorno, costruito con pazienza, se è vero, come ricordava l’on Formica, che la politica è” sangue, sudore e merda”, tutti elementi assenti dalle aule e dalle cattedre della Bocconi, o presenti in quantità non tossiche. Dentro Scelta Civica erano già sorti dei problemi, con i montezemoliani prima, con i cattolici poi. Monti aveva gestito la cosa minacciando di andarsene prima e sostituendo Oliviero poi, senza però definire un’idea guida e un percorso chiaro, mentre la sua agenda accumulava polvere, dal giorno dopo il voto. Non è evidentemente la stessa cosa aderire al PPE o ai Liberali europei, come non è neutra una politica economica più rigorosa rispetto alle alleanze, né basta dire che si sono uniti i riformismi di destra e di sinistra, come Cazzola e Ichino, primo perché uno era socialista e l’altro migliorista e la differenza era già poca e poi perché i riformismi possono essere d’accordo su un pezzo di strada, ma dividersi sull’arrivo finale e le modalità di viaggio.

Era già accaduto alle regionali in Lombardia, dove appunto Ichino e la Borletti avevano invitato a votare Ambrosoli, anziché il candidato di SC Albertini. Riformisti si , ma un po’ confusi. Ora scopriamo che il Professore dichiara al Corriere che lui non si è occupato delle trattative per il governo, da cui il suo partito è uscito con un pugno di mosche, avendo delegato Dellai e Mauro, perciò non capiamo perché si dolga che  Mauro si sia portato a casa il ministero della Difesa. Avrà pensato che, poiché si trattava di un oggetto smarrito, poteva rivendicarne la proprietà. Ora il Professore si arrabbia e ha ragione, io non avrei affidato la scelta dei ministeri a Casini e Mauro, ma forse Monti un po’ se n’è occupato, altrimenti dubito che Moavero e la Borletti sarebbero oggi al governo. Di certo si dolgono i tre milioni di italiani che lo hanno votato, per come si è mosso, per come non ha governato il partito e per come se n’è andato: alla stregua di un professore a fine lezione.

Del resto che la cosa lo interessasse poco, lo si era capito quando era tornato a presiedere la Bocconi, era Senatore anche se nominato, ex primo ministro, riserva della Repubblica, capo di un partito di governo: da fare ce n’era abbastanza. Evidentemente no, ci voleva un’altra cattedra, sulla quale temiamo resterà imbalsamato e per chi lo ha seguito, non resta che ricordare che la guerra continua, anche se ancora non si sa con chi.