La telenovela Grillo e Conte è finita a tarallucci e spigola

Mario Lavia

Per un attimo i duellanti ci avevano illuso che nel Movimento-Partito potesse esserci un briciolo di politica. Invece tutto si conclude con un accordo debole, scritto sulla sabbia del potere. Siccome stanno a pezzi entrambi, meglio sostenersi a vicenda. Fino al prossimo battibecco

Finisce a tarallucci e spigola, come non poteva non finire, la novela pentastellata che ha opposto per settimane i duellanti Beppe Grillo e Giuseppe Conte, la strana coppia alla guida di un Movimento (Grillo) che tenta di farsi partito (Conte), che si è insultata per un bel po’ di giorni per questioni di potere che non interessano nessuno se non Beppe e Giuseppe e i loro famigli.

Un bel pranzetto in riva al mare, la foto subito postata sul sito del Fatto (che ora dovrà riposizionarsi, dato che Marco Travaglio in questo frangente ha trattato Grillo quasi come tratta Renzi) immortala i due: camicia fantasy per il Comico, maglietta blu per l’Avvocato, entrambi sghignazzanti, e hanno ragione, in fondo lo scherzo è riuscito, uno scherzo come quello del primo romanzo di Milan Kundera, una cosa senza un senso ma foriera di conseguenze inimmaginabili.

D’accordo, la lite c’è stata, ma siccome stanno a pezzi entrambi meglio sostenersi a vicenda. Lo sapevano tutti. Nella foto della pax c’è pure scritto «e ora pensiamo al 2050»: sì, se ci arrivano, al 2050. Da domani, com’è stato scritto da molti, uno dei due troverà l’inghippo per fregare l’altro giacché la visionarietà anacronistica del Comico mal si concilia con il tatticismo politicista dell’Avvocato del populismo, ammesso e non concesso che il populismo abbia ancora voglia di farsi patrocinare dall’Avvocato.

E tutto questo alla fine rimanda alla domanda: ma che è esattamente, oggi, questo Movimento 5 Stelle?

Eccoli comunque in quel di Marina di Bibbona che con tutto il rispetto per la costa il livornese fa tanto Sardegna in minore, negli anni eravamo abituati ai vertici estivi di villa Certosa dove Berlusconi ospitò pure un premier cecoslovacco, Mirek Topolanek si chiamava, immortalato nudo a bordo piscina. Altri tempi, Sorrentino ci ha fatto persino due film, ormai è storia.

Qui si torna invece a una relativa frugalità – relativa, perché una villa al mare come quella di Beppe è pur sempre un villa al mare: niente a che vedere, per carità, con i convegni estivi della sinistra democristiana a Lavarone – gli interminabili discorsi di Ciriaco De Mita in maglione, le sottigliezze giuridiche di Leopoldo Elia, la passione di Gigi Granelli, “l’intelligenza degli avvenimenti” dei Giovanni Galloni, dei Guido Bodrato, dei Piersanti Mattarella – e men che meno gli incontri alle vecchie Feste dell’Unità – discorsi sul capitalismo e odore di braciole.

Viene da dire che la vecchia politica è questa qui, una bega di puro potere conclusa davanti al pesce arrosto con contorno di verdura. «Un discorso a due e nessun altro», come cantava Drupi, giusto le guardie del corpo qualche tavolo più in là e un pezzo grosso del Movimento che si chiama Pietro Dettori, uno vicino a Luigi Di Maio (il vero leader del partito ha mandato un suo uomo al ristorante Il Bolognese da Sauro – combinazione, al Bolognese a Roma ci andava sempre Clemente Mastella), con tanti saluti alla trasparenza.

E meno male che c’era Dettori, che in caso di controversie future un domani potrebbe rivelare com’è andata veramente. Ma resta la sostanza che queste cose si fanno di nascosto, come i summit delle cupole o i tradimenti coniugali. Ed è triste anche per chi ha sempre provato antipatia per il Movimento 5 stelle vedere finire così, nel languore di una digestione non facilissima, una vicenda che per qualche giorno aveva illuso taluni che là dentro vi fosse un po’ di politica, ed è penoso immaginare Beppe e Giuseppe sudaticci mettere fra un bicchiere e l’altro il sigillo su un accordo – è il caso di dire – scritto sulla sabbia del potere, lontano dal sentire di militanti ed elettori. Beppe and Giuseppe piccoli attori di una provincialissima Jalta – questo a te, questo a me –, protagonisti in piena crisi (oggi lo capiamo meglio) di un duello che sta a quello di Conrad come Andrea Scanzi sta a Indro Montanelli.

È finita così, su una spiaggia, come quella dell’episodio finale de “I Mostri” di Dino Risi, con Gassman e Tognazzi che vivono in un mondo tutto loro, mentre tutto intorno la vita scorre. Pensiamo al 2050, come no.

Da Linkiesta

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