La stagione dei candidati premier è finita, al prossimo governo ci vorrebbe ancora Draghi

Mario Lavia

Far guidare il Paese all’attuale presidente del Consiglio è la soluzione migliore per mettere a terra il progetto del Pnrr, cosa anche più difficile della gestione della pandemia. Per farlo però serve superare la mentalità da maggioritario (e magari anche la legge) secondo cui il leader che prende più voti diventa in automatico primo ministro

Alle elezioni del 2023 cadrà, per ragioni politiche e non giuridiche (che d’altronde non sono mai esistite), uno dei pilastri della concezione maggioritarista e bipolarista di questi lunghi anni, cioè quello della candidatura alla premiership, candidatura tutta politica e non prevista dal nostro ordinamento. Romano Prodi versus Silvio Berlusconi, per intenderci. Lo schema in realtà da tempo si è andato progressivamente sfumando, tanto è vero che dopo le elezioni del 2018 abbiamo avuto a palazzo Chigi un avvocato sconosciuto, Giuseppe Conte, sostituito tre anni dopo da Mario Draghi, uno statista estraneo alla contesa partitica.

Da quando il Cavaliere ha lasciato la politica operativa il centrodestra non ha più avuto un candidato premier e adesso ne ha addirittura due, Matteo Salvini e Giorgia Meloni: la regola è che chi avrà più voti andrà lui (o lei) a palazzo Chigi, un marchingegno politicista che innesta un criterio quantitativo-proporzionale (chi ha più voti) su un residuo meccanismo maggioritario: barocco puro. Ma è nel centrosinistra che la situazione è ancora più aperta a ogni sviluppo.

In teoria, spetterebbe al leader del partito più forte, cioè il Pd, dunque a Enrico Letta, ambire alla poltrona di premier. Ed è quanto la sua squadra ha ritenuto e tuttora ritiene – e d’altra parte al Nazareno egli non ha rivali. Letta quindi a palazzo Chigi, in continuità con Draghi, a conclusione di una sana competizione tra due o tre poli, secondo una logica trasparente e impossibile da mettere in discussione: per lui sarebbe un ritorno alla guida del governo dopo la strana esperienza del 2013 quando, dopo il fallimento di Pier Luigi Bersani, Giorgio Napolitano lo chiamò a guidare un governo di coalizione con un pezzo di centrodestra. Stavolta invece arriverebbe a palazzo Chigi in modo “pulito”, sull’onda di una vittoria elettorale («Non sono tornato per farvi perdere», disse nel suo primo discorso da segretario). E però le cose potrebbero cambiare.

Secondo alcuni anzi sarebbero già cambiate, nel senso che il leader del Pd avrebbe capito che Mario Draghi può essere una risorsa anche dopo le elezioni del 2023, tenuto conto che quest’ultimo non ha liberato la casella di palazzo Chigi (il piano prevedeva che traslocasse al Colle) e che dunque resta l’uomo politico più forte nel Paese. Talmente forte da maramaldeggiare pubblicamente («Un altro lavoro me lo trovo da solo») come a voler dire ai partiti: se volete fare a meno di me fate pure, vediamo cosa siete capaci di fare. Non conviene dunque mettersi contro questo presidente del Consiglio. E dato che non lo si può neppure “arruolare”, dato il suo standing, bisognerà trovare il modo di tenere la sua figura ben viva anche sacrificando le proprie ambizioni personali.

Letta, che non è un ambizioso tanto per essere ambizioso, tutto questo lo sa bene. Il leader del Pd comprende che nel match perenne tra Draghi e i partiti vince sempre il primo. Che infatti ormai non ha più bisogno neanche di mediare, tanto alla fine passa sempre la sua linea (ultimo esempio, la riforma della giustizia: se i partiti vorranno farla a pezzi in Parlamento toccherà a loro spiegarlo al Paese). Chi invece non lo capisce altrettanto chiaramente è Giuseppe Conte, che si sente ancora molto forte nel Paese (magari nel suo partito un po’ meno…), e che non smette di vedersi come possibile premier al posto di quel Draghi che un anno fa gli tolse la poltrona.

Ma c’è da chiedersi come sarà messo il M5s tra un anno: molto probabilmente sarà in una posizione tale da non poter chiedere molto, certo non la poltrona di primo ministro. Mentre infine tutta l’area politica che per brevità chiamiamo “centro” ma che più analiticamente vedremo se si potrà definire riformista, avrebbe naturaliter in Draghi il campione di riferimento. Si verrebbe dunque a formare una “coalizione di fatto” che dopo il voto indicherebbe l’attuale premier per la successione a se stesso, non più (speriamo) in nome dell’emergenza ma per portare a termine il lustro riformatore richiesto dal Pnrr, che sotto certi aspetti è un mission più difficile della lotta alla pandemia.

Molto dipenderà, ma non tutto, dalla legge elettorale. È chiaro che il sistema proporzionale agevolerebbe questo sviluppo. Sarà interessante vedere se Letta smetterà di dire che questa non è una priorità, dato che chiaramente lo è. E tuttavia una guida del governo ancora di Draghi potrebbe essere possibile, e auspicabile, anche con un Rosatellum che è tutt’altro che in grado di dare un chiaro vincitore. Sono ragionamenti che si fanno, anche a voce alta (Giorgio Gori), nei palazzi di quei partiti dove un minimo di politica è ancora di casa.

Da Linkiesta

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