La sinistra e le 5 fasi del lutto

bersani_lacrimeLa debacle della sinistra sulla partita del Colle potrebbe sembrare solo il frutto della totale mancanza di strategia e coesione, ma questo non è sufficiente a spiegarla. Per comprendere a fondo questa Caporetto occorre entrare nella psicologia dell’elettore di sinistra.

La sinistra da vent’anni non ha un programma, o quantomeno, non è stata capace di farlo capire alla gran parte degli italiani. Una sola cosa ha sempre avuto chiara: l’antiberlusconismo. La sinistra (elettorato e parte della dirigenza) è chiusa infatti tra l’incudine della razionalità e l’offuscamento emotivo dettato dal bisogno di colpire il Berluska.

Così, come nelle due precedenti tornate elettorali, la “curva rossa” ha cantato dagli spalti “Bersani facci un gol” sperando questa volta per davvero di mandare a casa il Caimano con due pere, dopo le batoste ingoiate negli anni. Poi lo shock elettorale: i numeri ancora una volta non tornano, si va a casa con un deludente 0 a 0, il giaguaro non è stato smacchiato.

In stato di shock, la base rifiuta la realtà. I numeri però sono chiarissimi: bisogna andare dall’odiato nemico e negoziare, fare un governo insieme come peraltro si è fatto fino all’altro ieri. Solo che quando si è trattato di portare voti al governo Monti (PD-PDL) era accettabile perché era un modo per togliere la carica a B; mentre questa volta il compromesso è inaccettabile. Eh certo, ha vinto la sinistra, anche di poco, e vuole sollevare la coppa, intonare caroselli e bere lo champagne, zero compromessi, ma purtroppo c’è di mezzo l’odioso problema di governare. Così sono partiti 53 giorni di stalking a Grillo, ma quelli hanno risposto picche.

In piena confusione emotiva, incontri con cani e porci, persino il WWF, testa sotto la sabbia per non vedere che i numeri per fare il governo si poteva chiederli ad uno soltanto. Sui social impazzano intanto gli insulti dei piddini ai grillini, la frustrazione dell’elettore di sinistra si esprime sempre in biasimo morale, superiorità civica: “grillini sfascisti”, “grillini irresponsabili”. Il motivo è sempre da rinvenire nella chiave di lettura “emotiva”: per “colpa” loro, non si possono intonare inni e fare caroselli, se i grillini corressero a fare la stampella del PD, imploderebbero loro (Grillo non è scemo), ma almeno il PD avrebbe abbattuto il giaguaro!

Nel frattempo, chi critica i grillini, non si preoccupa del fatto che il PD non controlla nemmeno il suo alleato di coalizione SEL, che alla prima occasione prende e si fa i fatti suoi, alla faccia della “governabilità”, ma del resto è 20 anni che questa alleanza incompatibile va avanti, sempre con un solo obiettivo: abbattere il nemico comune. Governare… si vedrà.

Il povero Bersani, alla fine aveva pure tirato fuori la testa dalla sabbia: ecco Marini. Fondatore del PD, mica stiamo parlando di Gianni Letta. Dalla “curva sinistra” ondata di fischi. Ma come? Perchè la base vuole un candidato che sia inviso a Berlusconi. Questo era il solo vero punto. E quindi delirio su twitter e nei circoli. Marini non rappresentava infatti “il goal della vittoria” per il PD, ma andava nel segno del pareggio, oltre che della governabilità, (pur essendo ripetiamo un fondatore). Ma volevano sollevarla almeno per un giorno quella coppa, e chissenefrega del dopo. Vent’anni di frustrazioni, ora al Caimano un golletto andava fatto, almeno un dispettuccio sul Colle.

Al di là delle chiacchiere sulla condivisione, l’atteggiamento emotivo della base era chiaro: chiunque fosse accettabile per Berlusconi non andava bene. E allora ecco spuntare Prodi! Anche lui cattolico, proveniente dal centro, ex fondatore dell’Asinello, ma siccome ha battuto Silvio due volte, e quindi rappresentava un bel dispettone al Cav, andava incredibilmente bene persino a SEL!

Ma qualcosa non torna. All’interno del PD stesso partono le vendette, Dalemiani, Mariniani, antiprodiani, 101 tiratori impallinano il professore e il PD implode. Poi parte la retorica che chi ha impallinato Marini era onesto perché l’ha dichiarato e questi 101 sarebbero farabutti. Palle. Marini era stato votato a maggioranza nel PD la sera prima e i 250 tiratori non si sono adeguati alla scelta presa a maggioranza.

Alla fine si ritorna all’evidenza dei numeri: bisogna fare il presidente (e il governo) con il PDL. Come 53 giorni fa, ma con un partito a pezzi.

La follia del PD non si spiega solo con la mancanza di strategia, non solo con la (scarsa) razionalità. Si spiega solo mettendo nell’equazione la componente emotiva.

E allora in fondo, la sinistra non ha fatto altro che elaborare le 5 fasi del lutto:

1. Negazione: no, non è vero che non abbiamo vinto. Adesso consultiamo M5S, WWF, Cei, Pluto, Paperino e in qualche modo Silvio l’abbiamo battuto. No, con lui non ci parliamo.

2. Rabbia: Grillini bastardi. Dateci quei cavolo di voti! Irresponsabili!

3. Contrattazione: Vabbè, intanto eleggiamo Marini poi vediamo. E qui si crea la scissione, fra chi ha elaborato il lutto e chi è fermo alla rabbia. Questo spacca il PD. Prevale la linea della corrente ferma alla fase 3 (quella che non si pone il tema del dopo), ma poi Prodi viene impallinato.

4. Depressione: partito a pezzi. “Se c’era Matteo”. “Cosa abbiamo sbaglilato” (ma superato lo shock la colpa sarà come sempre di altri, Berlusconi, Grillo, gli italiani che non capiscono..).

5. Accettazione: in ginocchio da Re Giorgio, si accetta il governissimo. Ma qui le ultime notizie ci dicono che una parte del partito resiste strenuamente a questa soluzione. Napolitano quasi quasi non va più bene nemmeno lui.

Insomma, la scissione del PD probabilmente non avverrà in due aree tipo DS e Margherita. Ma molto più semplicemente avverrà fra quelli che hanno superato il lutto e quelli fermi alla fase 3. Una sola cosa è certa: che lo accettino o meno, il giaguaro era indelebile.

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