La rivolta dei Brexstremist – Mario Sechi

 David Davis e Boris Johnson si dimettono contro la linea morbida di Theresa May sulla Brexit. BoJo: “Il sogno sta morendo”. La spaccatura nel Partito conservatore, il significato del referendum, il pensiero sul futuro dell’Europa e il destino del primo ministro sempre più incerto.

Hard o soft? La crisi della Brexit non è riducibile a una domanda tra azioni non opposte e non uguali. Dietro le dimissioni pesanti di David Davis, ministro dell’Exit, e quelle pesantissime di Boris Johnson, capo del mitico Foreign Office, c’è uno scontro tra due visioni dell’anima dello spirito conservatore dell’isola d’Inghilterra.

La premier Theresa May ha deciso di inseguire un approccio più morbido con Bruxelles per garantire alle aziende inglesi – e alle multinazionali che vi risiedono – un accesso senza ostacoli al mercato unico europeo. May fa gli interessi della business community, senza dubbio alcuno, e immagina in ogni caso un futuro ancora florido dell’Unione europea.

Le dimissioni di Davis e Johnson non sono solo il segno di protesta per questa linea e non sono solo uno strumento di pressione per far dimettere la May. Dietro la mossa dei due Brexiteers c’è l’idea che il rapporto con Bruxelles debba essere regolato in maniera dura perché il prezzo pagato oggi sarà ricompensato domani da un’Inghilterra libera dai vincoli di un’Unione che è moribonda.

È sul futuro dell’Unione che scommettono entrambe le fazioni: quelli che sostengono la soft Brexit immaginano che essa si consolidi e prosperi e dunque gli inglesi non debbano covare ambizioni neo-imperiali che non esistono, quelli che danno battaglia sulla hard Brexit pensano che l’Ue sia una storia dove presto scorreranno i titoli di coda.

Nessuno sa chi abbia ragione – significa prevedere la longue durèe, cosa impossibile –  ma una cosa è certa: l’economia inglese è interdipendente rispetto all’Unione, immaginare la classe dirigente del Regno Unito e gli imprenditori tagliare di netto i fili che collegano Londra a Berlino, Parigi e le altre capitali è chiaramente un dato fuori dalla storia. In realtà questo non lo pensano neppure i duri capitanati ora da BoJo e Davis, ribattezzati come una coppia di Brextremist. Tutta questa storia ha un sottotesto: la guida del partito conservatore inglese e del governo, Downing Street. Partito che è spaccato, visto che altri due importanti esponenti del Leave, il ministro dell’ambiente Michael Gove e quello del commercio internzionale Liam Fox  sono ancora al loro posto.  La stessa sostituzione di Davis con Dominic Raab è nel segno di una continuità nella discontinuità di un governo nato dalle ceneri di un referendum che gli etoniani di Cameron pensavano di vincere. Grave errore. Crash.

La May era fin dall’inizio della sua avventura una soluzione che non aveva l’appoggio reale e sincero di tutto il partito, ai tempi del governo Cameron la sua azione da ministro degli Affari Interni (dal 2010 al 2016) fu molto apprezzata tra gli elettori conservatori: May era considerata una dura, “competente e noiosa”, riformò la polizia e fece introdurre misure più stringenti sul controllo dell’immigrazione, combattè la diffusione degli stupefacenti e fece una battaglia per l’effettiva parità dei sessi. Il grave errore di Cameron sul referendum le spianò la strada per la leadership nel partito, un ruolo che conquistò grazie anche alla sua posizione “dolce” sul Remain, quindi un compromesso alla premiership, bilanciato dalla presenza di hard Brexiteers come appunto Boris Johnson, Gove e altri. Quest’ultimo si è sempre immaginato a Downing Street, ottimo scrittore, uomo colto, cultore del latino (e del whiskey) brillante e fin troppo estroverso, autore di una bella biografia su Winston Churchill, Johnson è il trottolino non amoroso di questa storia. “Il sogno sta morendo” dice BoJo che con enfasi aggiunge: “Così saremo una colonia dell’Unione europea”. C’è solo un dettaglio: bisogna prima mettersi d’accordo sul significato del sogno. Servirebbe Freud, suggerirebbe qualcuno, cioè l’interpretazione dei sogni dei Tories e, per soprammercato, anche dei laburisti che sul tema hanno le loro grane.

Davis e Johnson pensano che la svolta imposta alla trattativa con l’Unione europea sia “un tradimento del significato del referendum del 2016”, ma a dire il vero il referendum non specificava il come si sarebbe materializzata l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione. Escluso il restare, la fantasia poteva applicarsi con profitto alla missione dell’Exit. E così infatti è stato finora, con posizioni che hanno sempre oscillato tra la minaccia della rottura e l’abbraccio cooperativo con Bruxelles. May alla fine ha fatto la seconda scelta, perché il dissidio permanente con Bruxelles l’avrebbe condotta in una terra senza mappe, cosa che la seconda donna a Downing Street dopo Margaret Thatcher non poteva consentire per formazione e missione della sua leadership. May era e resta un compromesso. Il problema ora è un altro, il Leave e il Remain si applicano alla sua persona. Come lei ama spesso ripetere sulla Brexit: ““Andarsene significa andarsene”. Ora il dilemma è sulla sua carica di primo ministro.

Pazza Inghilterra? Può darsi, ma in fondo, non ci sono solo i calcoli economici e politici, è sempre una questione di cultura e come scriveva il poeta Novalis: “Ogni inglese è un’isola”.

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