La reazione alle nomine di Draghi mostra il nervosismo del Pd

Mario Lavia

La segreteria ha criticato la scelta di economisti liberisti nella struttura che valuterà il Recovery plan. La questione non è ideologica: per i dem non può decidere il premier da solo

È di nuovo andato in tilt il rapporto fra palazzo Chigi e Nazareno, un rapporto che si mantiene dunque altalenante e che non riesce, malgrado le consuete dichiarazioni di rito, a stabilizzarsi. Dopo lo stop di Mario Draghi alla proposta di Enrico Letta per una “dote” ai giovani grazie a un aumento della tassazione sulle successioni e la tradizionale ricucitura, ieri è stato Il vicesegretario Peppe Provenzano, nel suo stile come sempre diretto se non ruvido, a esternare un serio dissenso per la nomina di due economisti di valore considerati troppo “liberali”, nella struttura economica del governo. 

Ma palazzo Chigi ha capito benissimo che dietro l’intemerata di Provenzano c’era direttamente Enrico Letta, il cui atteggiamento esteriormente “buonista” cozza con questo tipo di siluri lanciati contro la squadra del presidente del Consiglio. Che gioco fa, dunque, Letta? 

Egli pare muoversi in modo speculare a quello di Matteo Salvini il quale però conduce le sue iniziative in modo meno raffinato, ottenendo frequenti incontri con il premier da cui esce puntualmente a mani vuote, mentre il numero uno del Pd va più dritto al sodo: e non c’è cosa più concreta, in politica, delle nomine, a qualunque livello. A palazzo Chigi sono rimasti molto infastiditi.

Nella squadra diretta da Leonardi che dovrà valutare l’impatto degli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi sono stati dunque chiamati due economisti “einaudiani” Riccardo Puglisi, docente a Pavia, e Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi di quell’Istituto Bruno Leoni, che per la sinistra Pd (ma evidentemente ormai anche per il segretario) è il sancta sanctorum della reazione in agguato, la filiale italiana della scuola di Chicago di Milton Friedman, il reaganismo a palazzo Chigi. 

Puglisi tra l’altro essendo molto attivo su Twitter è ben noto per i durissimi giudizi sui due governi guidati da Giuseppe Conte. E si sa quanto Provenzano, che fu ministro del Conte 2, sia legato alla figura dell’avvocato del popolo. E a gente come l’ex consigliere economico Gunther Päuli e le sue teorie avveniristiche che fanno tanto “sinistra”.

E infatti il vicesegretario del Pd, in accordo con Letta, ha sparato ad alzo zero: «Tutti economisti di chiaro stampo liberista e contrari all’intervento dello Stato in economia, in contrasto con l’apparente ritorno al keynesismo che sembrava ispirare il tanto citato intervento firmato dall’ex presidente Bce e futuro premier sul Financial Times nel marzo 2020». È una posizione abbastanza strana. A stare a quanto dichiarato dal vicesegretario, il keynesiano Draghi avrebbe messo a guardia del suo piano keynesiano due antikeynesiani. A meno di non pensare che il presidente del Consiglio lavori contro se stesso, è chiaro che devono aver prevalso altre logiche rispetto a quelle della casacche ideologiche: magari – che so – quello del valore dei due economisti. 

Ma per il Pd è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Infatti Letta e i suoi si irritano per ogni mossa “non di sinistra” del presidente del Consiglio e della sua squadra. L’allarme di Letta (e Provenzano) è che il team economico guidato da Marco Leonardi, un progressista già vicino a Paolo Gentiloni e capo di gabinetto di Roberto Gualtieri a via XX Settembre, viri sempre più lontano dall’imprinting “socialdemocratico” del Nazareno. 

La questione è tutt’altro che ideologica. In ballo infatti c’è il cuore del problema politico di questo governo: per il Pd non può decidere Draghi da solo. Meno che meno può pensare di creare una struttura “sua” a palazzo Chigi, una sorta di governo parallelo; oppure nominare i vertici delle società pubbliche di testa sua. I partiti, insomma, vogliono avere voce in capitolo e non limitarsi a portare la croce. C’è qui un aspetto reale del “come” si governa; e uno meno nobile degli appetiti dei partiti. 

In fondo, è esattamente questa impasse che sta bloccando le nomine in Rai, prossimo terreno di iniziativa del governo che forse già la settimana ventura potrebbe nominare l’amministratore delegato e il presidente (o più probabilmente “la” presidente) ma per ora tutto è fermo perché i partiti, a sinistra come a destra, non riescono a mettersi d’accordo sui 4 consiglieri di nomina parlamentare. Ma Draghi non ha nessuna intenzione di farsi dare la linea da altri, nemmeno dal Pd.

Da Linkiesta

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