La politica migratoria italiana allontana i giovani laureati, e attira gli stranieri più disperati

Di Gianni Balduzzi

Nell’ultimo anno, tra maggio 2019 e maggio 2020, sono arrivati sulle coste italiane circa 22 mila migranti, secondo i dati dell’UNHCR. Sono più dei 14.700 dei 12 mesi precedenti, ma comunque pochissimi, soprattutto considerando che perlomeno nel 2020 l’Italia è stata superata, e di gran lunga, da Spagna e Grecia quanto a sbarchi, 3.500 contro 6.300 e 9.600.

Nonostante l’attenzione mediatica enorme gli arrivi con i barconi sono una parte minima dell’immigrazione, in gran parte legale, che interessa il nostro Paese. Immigrazione legale che è del resto stagnante o in decremento dal 2012, sempre tra i 200 e i 300 mila ingressi. Probabilmente più che quanti arrivano, pochi, dobbiamo dirlo, dovremmo concentrarci su chi arriva.

Nell’ultimo decennio sono crollati i permessi per lavoro, quelli che fino al 2010 costituivano la maggioranza, relativa o assoluta, delle motivazioni per consentire l’ingresso in Italia, non solo per gli uomini, ma anche per le donne.

È l’effetto del combinato disposto della legge Bossi-Fini, che rende praticamente impossibile entrare legalmente per lavorare, e dello stop alle regolarizzazioni, l’ultima delle quali fu nel 2012 con Monti, e fu la più piccola, dopo una serie di sanatorie, molte delle quali realizzate anche da governi di centrodestra, a botte di centinaia di migliaia di extracomunitari resi regolari.

L’effetto del giro di vite non è stato però una drastica riduzione degli arrivi da fuori Ue, che al massimo si sono stabilizzati, più per effetto della nostra crisi economica che per la severità delle leggi, ma un deciso cambiamento delle modalità di ingresso.

Sempre più basate su ricongiungimenti familiari, in particolare al Centro-Nord e per le donne, o su richieste di asilo, al Sud e per gli uomini.

Dati ISTAT

Nel 2018 solo il 7,4% degli uomini e il 4,4% delle donne extra-comunitarie è potuta entrare o comunque risultare come nuovo ingresso in Italia per lavoro.

Il che appare ridicolo, se è vero come è vero che il principale motivo per emigrare è economico, oggi come sempre, ma soprattutto oggi.

Che ci sia qualcosa che non va ce lo dicono anche le statistiche per area geografica. Sostanzialmente nonostante il numero enormemente superiore di stranieri che lavorano al Nord vi è poca differenza tra la proporzione di ingressi motivati da lavoro al Settentrione e quelli nel Mezzogiorno. Nel Nordovest, per esempio, nel 2018 sono solo il 4,2% e arrivano anche nel Nordest al massimo al 10%.

Anche gli anni precedenti vi era stata una variazione limitata tra Nord e Sud, segno che il calo dei permessi di lavoro non sono dovuti solo a questioni economiche, se non in piccola parte, ma molto a ostacoli legali, come sappiamo da tempo.

Dati ISTAT

Ciò ha conseguenze sulla qualità e la competenza dei sempre più numerosi lavoratori stranieri. Che sono cresciuti, grazie all’aumento demografico e agli ingressi per ricongiungimento, e non di poco, più che raddoppiando in 15 anni da meno di un milione a 2,5 milioni.

Ma a essersi incrementati sono stati soprattutto gli occupati extracomunitari con diploma e licenza media, meno quelli con una laurea, che rimangono una minoranza piuttosto ridotta.

Dati ISTAT

Al contrario di quanto accaduto tra i lavoratori italiani. Tra questi ultimi i laureati sono passati in 15 anni dal 14,3% al 24,8%, nonostante certo il nostro Paese non brilli affatto quanto a livello di istruzione media.

Tra i lavoratori stranieri non si va oltre il 12% nel 2019, e il miglioramento rispetto al 10,4% del 2004 è veramente minuscolo.

Dati ISTAT

La situazione è particolarmente negativa per gli uomini, che son la maggioranza di chi ha un lavoro tra gli extracomunitari. L’incremento dei laureati tra 2004 e 2019 tra questi è stata del 128,1%, che può sembrare molto, ma è meno di quello totale, del 135,6%, e molto meno di quello di quanti hanno solo la licenza media, del 193,9%. È andata decisamente meglio tra le donne, ma sono di meno numericamente.

Tra gli italiani si può invece dire che l’occupazione è stata trainata proprio dai laureati, che sono aumentati del 51,1% tra gli uomini, contro un decremento medio del 6,8% e dell’88,1% tra le donne, contro un +4% complessivo.

Dati ISTAT

In sostanza le leggi attuali fanno in modo che ad arrivare in Italia non siano coloro che possono essere più utili e competenti a livello lavorativo, ma coloro che hanno un qualche aggancio familiare, hanno già un congiunto presente nel Paese, in piena tradizione familista italiana.

La conseguenza è che non attiriamo professionalità, e che si viene a perpetuare come in un circolo vizioso un sistema che vede gli stranieri sempre ai gradini più bassi della società, costretti alle professioni meno garantite, magari quelle dei parenti già presenti, con una figlia che viene a fare la badante come la madre, un marito che raggiunge la moglie per lavorare al negozio dei parenti di lei.

È una situazione ghettizzante, che relega gli extracomunitari a una situazione di maggiore precarietà, come si è visto durante l’ultima recessione, quando la perdita di occupazione colpì più loro degli italiani, e come, c’è da scommetterci, accadrà anche ora.

L’unica speranza è nelle seconde generazioni e nella mobilità sociale che sapranno attivare tramite gli studi. Si tratta però di una trasformazione di medio-lungo periodo che richiederà diversi anni. Nel frattempo, a proposito di nuove generazioni, la situazione strutturale dell’immigrazione italiana ha provocato conseguenze anche sull’età media di chi è arrivato in Italia in questi anni.

Rispetto al 2007-2010 negli ultimi 5 anni è raddoppiata la proporzione di minorenni giunti (o nati) nel nostro Paese, che nel 2018, erano il 13,9% e nel 2009 per esempio il 10,5%. È invece diminuita la percentuale di di 25-40enni, passata dal 44,4% al 37,2% in 11 anni.

Si tratta di quella generazione in cui vi sono normalmente le competenze maggiori, quelle di chi si è appena laureato per esempio, e/o ha fatto un po’ di esperienza.

Dati ISTAT

Sostanzialmente l’Italia è diventata approdo di minori o di stranieri giunti, se non per motivi familiari, per disperazione. Stranieri che spesso hanno poco da offrire a livello professionale.

Questo rafforza il disagio sociale di questa parte della società, e anche il razzismo e la diffidenza di alcuni italiani. Un circolo che potrebbe essere spezzato. Come?

In uno dei Paesi europei in cui la delinquenza è minore e invece l’economia cresce meno forse la soluzione sarebbe mettere al centro più che l’onnipresente sicurezza, reale o percepita, il lavoro.

Aprire le frontiere al lavoro legale, e non solo in agricoltura o come badanti, consentire l’arrivo di chi vuole e può lavorare, magari con qualche competenza, senza costringere al nero in attesa di sanatorie, può solo fare del bene alla nostra economia, e alla fine anche alla nostra sicurezza.

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