La metamorfosi della Germania tra economia e geopolitica

  • Mario Margiocco

Non si tratta di un temporaneo rallentamento facilmente superabile dalla gigantesca macchina produttiva tedesca, e tutto tornerà come prima. Qualcosa sta cambiando nei mercati e nella geopolitica e la Germania, indipendentemente dalla sagacia delle sue imprese meccaniche chimiche ed elettroniche, dovrà adattarsi a un mondo che difficilmente permetterà una ripresa delle fin troppo eccezionali performance degli ultimi 20 anni. Il calo delle esportazioni, -1,35% nel secondo trimestre di quest’anno, ha portato a una crescita negativa del Pil dello 0,1% e nessun segnale fa pensare che la tendenza possa essere invertita nel terzo trimestre. Anzi, «la debolezza manifestatasi nel manifatturiero si sta estendendo adesso ad altri settori e sta toccando anche i servizi», osservava in questi giorni Clemens Fuest, presidente dell’Ifo, uno dei maggiori istituti economici tedeschi che segue in particolare la congiuntura e il clima imprenditoriale: «Nulla da spingere al panico, ma dati da prendere seriamente». Con due trimestri successivi di Pil in calo è tecnicamente recessione, secondo la definizione più usata, e questa è ormai certa per la Germania nel 2019.

LA STRETTA SUI MERCATI PESERÀ SU CHI NE HA BENEFICIATO DI PIÙ

La Germania resterà ovviamente un Paese di primissima fila, quella potenza industriale che è ormai da quasi un secolo e mezzo, il terzo esportatore mondiale dopo Cina e Stati Uniti, ma con una popolazione che è un 17esimo di quella cinese e un quarto di quella americana. E resterà ancora per anni il Paese con in assoluto il maggior surplus dei conti con l’estero, 295 miliardi di dollari nel 2017 contro i 195 del Giappone i 164 della Cina e, piazzata in genere all’ottavo o nono posto, i 54 dell’Italia. Ma Berlino non potrà più contare ad esempio sulla continua espansione, con assicurata libertà di accesso per le merci tedesche, dei mercati internazionali. La cosa riguarderà tutti, naturalmente, ma chi ne ha tratto maggiori benefici lo sentirà di più. L’export tedesco è entrato nell’attuale fase costantemente espansiva nel 1998 e soprattutto con il 2002 ha incominciato a correre, praticamente senza soste fino a sei mesi fa. È stato il ventennio della globalizzazione, oltre che dell’euro. Poi i costi della globalizzazione, soprattutto per alcune categorie (la manodopera di basso e medio livello) hanno incominciato a farsi sentire elettoralmente, hanno portato alla ribalta i sovranisti di vario tipo, la Brexit, Donald Trump, sono riemersi i dazi, tutto è diventato più incerto.

IL PREZZO DELL’ASSENZA DI COLOSSI DIGITALI

Si parla molto ora in Europa, e in particolare in Italia dove la cosa avrebbe il gradito sapore di una vendetta, di una politica fiscale espansiva da parte di Berlino visto che le risorse finanziarie non mancano e il debito pubblico tedesco è al 61% del Pil, ma se ne parla assai meno in Germania. Molto più probabile una riduzione delle imposte, alle imprese soprattutto, e alle famiglie a reddito medio-basso e basso. «Non vedo spazio ad esempio per una politica di grandi lavori infrastrutturali, con le nostre imprese del settore che sono già alla piena occupazione», dice Fuest. Dal punto di vista tecnico la situazione tedesca presenta anche alcuni ritardi, i più noti nel settore auto rispetto ai concorrenti asiatici. La Germania è il Paese dell’eccellenza manifatturiera e della meccanica di precisione tradizionali e il ritardo è sensibile in tutto ciò che viene definito Quarta rivoluzione industriale,o industria 4.0, fatta di automazione e interconnessione. L’industria tedesca paga il prezzo più alto all’assenza, in Europa, di colossi digitali presenti invece negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone. È più che probabile che la nuova Commissione Ue, a guida tedesca, cercherà di affrontare questo problema.

È poi il mutato quadro geopolitico, sia a livello europeo sia a livello atlantico e anche globale, che dà a questo rallentamento tedesco, modesto peraltro per il momento, un significato particolare. Il tutto rilancia a livello Ue il ruolo del partner francese, assai più debole industrialmente ma con più voce e mezzi strategici, e mettendo in luce quelli che sono ormai da mezzo secolo gli squilibri della situazione tedesca, accentuati una volta finito 30 anni fa l’alibi della divisione del Paese e della presenza militare sovietica nel cuore dell’Europa. La Germania è un gigante industriale, un protagonista finanziario di tutto rispetto ma non senza vistose debolezze nel suo sistema bancario, un modesto protagonista diplomatico, e un nano geostrategico, un nano militare per dirla in modo più semplice.

DA 70 ANNI SOTTO LA TUTELA MILITARE AMERICANA

La Germania vive da 70 anni, come l’Italia e altri del resto e come alla fine l’intera Europa visto che le forze nucleari britanniche e francesi non sono all’altezza dell’arsenale russo, sotto la tutela militare americana, alla pari di quanto accade da 30 anni a Polonia e Ungheria e ai Paesi Baltici, tutti entrati in gran fretta nella Nato dopo il 1991. Anche se Trump dovesse perdere l’elezione del novembre 2020, ma finora non si vede fra i democratici chi saprebbe probabilmente batterlo, è difficile che il disimpegno americano dalla Nato e dall’Europa minacciato e avviato da Trump (ma c’erano già i segnali) venga del tutto rovesciato, perché dopo quasi tre generazioni è un po’ nell’ordine delle cose. Il problema strategico tedesco si pone quindi chiaramente, tanto più se accompagnato da un’economia meno brillante. La soluzione cercata da Berlino sarà quasi sicuramente in chiave europea e non nazionale. Ma servirà una base solida per la nuova difesa europea e questa, con Londra avviata verso la Brexit (e che l’uscita dalla Ue ci sia o non ci sia non farà per lungo tempo molta differenza), potrà venir offerta solo dalla Francia.

PER L’ITALIA LA POSTA IN GIOCO NON SI LIMITA ALL’EXPORT

L’elezione non trionfale di Ursula von der Leyen, nel luglio 2019, a presidente della Commissione di Bruxelles ha fatto parlare di una “Ue tedesca” ma sarà piuttosto una Germania europea quella con cui i partner e il mondo avranno a che fare. Usciamo da una lunga fase che ha visto Berlino centrale e mediatore fra i paesi Ue creditori del Nord Europa e i debitori dell’area Sud, mediterranea. Una Berlino che, riflettendo la mentalità della maggioranza dei tedeschi, insisteva sui conti nazionali in ordine, sulla disciplina, sull’austerità, come fanno in genere quanti hanno o hanno avuto il vento in poppa. In futuro, per una combinazione di economia e politica, potrebbe essere diverso. E potrebbe essere Parigi a svolgere il ruolo di mediatore. Per l’Italia, con i conti nazionali che abbiamo, non cambierà molto. Ma è chiaro che Roma deve capire per tempo come meglio giocare le sue carte in uno scenario che cambia, e dove non è solo il forte export italiano in Germania, primo partner assoluto nostro, l’unica posta in gioco.

Da Lettera 43



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