La IMU di Monti non è quella del federalismo fiscale

bella-baracca1Da più parti si sente affermare che l’IMU è una tassa voluta dal governo precedente, che è stata solo anticipata al 2012 ma che realizza il “federalismo fiscale”. Purtroppo niente potrebbe essere più lontano dal vero: l’IMU ha mantenuto solo il nome dell’imposta che doveva entrare in vigore nel 2014. Innanzitutto l’IMU originaria esentava la prima casa, sulla base del principio che pagare una tassa sulla casa in cui si abita è odioso.Parimenti erano esentate le case date in comodato d’uso ai parenti stretti: se in una casa formalmente di vostra proprietà abita la vostra anziana madre vi ritroverete a passare da zero ad una aliquota pesantissima seconda casa, che può facilmente portare a conti di oltre 1000 euro all’anno per un appartamento non certo di lusso. Anche perché l’IMU originaria si applicava sulle rendite semplici, e non su quelle rivalutate.

La rivalutazione è del 60% per le seconde case, ma anche per le imprese le rivalutazioni della rendita catastale sono pesanti: per un negozio si passa da un moltiplicatore 34 a un 55, con un aumento del 61%, per un terreno agricolo da 75 a 130, con un incremento del 73%. Nel federalismo fiscale l’IMU finiva interamente nelle casse dei Comuni, invece adesso il 50% del gettito viene sottratto dallo stato centrale (in realtà una percentuale maggiore per via di meccanismi tecnici di taglio dei trasferimenti del fondo perequativo). Questo è l’aspetto essenziale, in quanto i Comuni con l’aliquota al 7,6 per mille, facendo pagare le imprese sostanzialmente lo stesso dell’ICI, avrebbero incassato notevolmente di più. Si sarebbe quindi potuto decidere se offrire più servizi o se diminuire l’imposta fino al minimo del 3,8 per mille, nella vera ottica federalista.

Invece con l’IMU attuale se un Comune osa diminuire l’aliquota lo stato gli dice che in ogni caso deve versare nelle casse centrali il 3,8 per mille! Questo rende spesso impossibile ridurre le aliquote, e i Comuni sono anzi costretti ad alzarle, amplificando ancora di più l’effetto socialmente devastante dell’incremento delle rendite. Vediamo due semplici esempi: un negozio di medie dimensioni con una rendita catastale di 3,000€ avrebbe pagato 775€/anno di IMU. Se il Comune innalza l’aliquota al massimo del 10,6 per mille, con le nuove rivalutazioni, il conto diventa di 1749€/anno! Quasi 1000€ in più all’anno in un momento che per il commercio non è certo roseo. Oppure un appartamento in affitto a canone concordato, in cui si potevano stabilire delle aliquote agevolate. Un appartamento con rendita di 600€ e aliquota agevolata al 2 per mille pagava 120€, una cifra che aveva la valenza sociale di spingere i proprietari all’applicazione di canoni concordati a prezzi calmierati.

Con i nuovi moltiplicatori e una aliquota maggiorata del 10,6 per mille il conto balza a oltre 1000€/anno, con l’effetto che il canone concordato non diventa più appetibile e ci saranno delle ripercussioni anche sugli inquilini. Non parliamo poi del fatto che nel 2014 con la piena applicazione del federalismo fiscale saremmo stati in un quadro complessivo totalmente diverso: anche l’IVA prodotta sul territorio sarebbe andata ai Comuni, fornendo un forte incentivo contro l’evasione fiscale, e sarebbero stati in vigore i costi standard, costringendo i Comuni “spendaccioni” a ridurre i costi.

Il quadro sarebbe stato in effetti penalizzante per Regioni del sud dove l’evasione fiscale è oltre il 90% e ci sono spese per sanità e impiegati pubblici fuori controllo, ma sarebbe stato uno stimolo a rinnovare le loro economie rilanciando nel contempo la locomotiva del nord che avrebbe creato benessere per tutta la nazione. Invece in questo modo la crisi si inasprirà, facendoci entrare in una spirale di recessione i cui effetti si vedono bene nel caso della Grecia.

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