La forza della donna che svela l’ipocrisia dell’Onu – Mario Sechi

La svolta dell’ambasciatrice Nikki Haley: “Via da un organismo ipocrita”. Gli Stati Uniti escono dal Consiglio dei diritti umani. Decisioni dominate dalle dittature, con una linea sempre anti Israele, il Consiglio è la negazione del suo stesso nome. Ritratto della dama di ferro all’Onu.

Gli Stati Uniti escono dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Organismo attivo dal 2006 è stato fin dall’inizio il luogo dove cantavano messa i fabbricanti di orrori. Trump ha fatto quello che hanno pensato tutti i presidenti americani in questi anni. Il Consiglio si riunisce a Ginevra per dieci settimane all’anno, più le riunioni straordinarie e quelle dei subcomitati vari. Senza una riforma, è un ente inutile nel quale si lavano le mani le dittature.

Il solo meccanismo d’elezione dice tutto sulla sua vocazione: i paesi membri sono 47 e vengono eletti con voto segreto e maggioranza semplice dall’Assemblea generale dell’Onu. I componenti del Consiglio restano in carica tre anni, ma un terzo viene eletto ogni anno. La sua composizione si basa su un equilibrio (si fa per dire) geopolitico che si forma attraverso i seguenti “pesi”: 13  seggi all’Africa; 13 seggi all’area Asia-Pacifico; 8 seggi all’America Latina e ai Caraibi, 7 seggi all’Europa Occidentale e altri Stati; 6 seggi all’Europa dell’Est.

Dittature, satrapie, Stati non democratici ne determinano le decisioni, l’anti-sionismo è totale, fatto definito da Nikki Haley dall’ambasciatrice americana all’Onu, come “un cronico pregiudizio contro Israele”. Settanta risoluzioni contro l’unica democrazia del Medio Oriente parlano da sole. Nell’ultimo rapporto del Consiglio, Israele è citato 164 volte, il Congo 47.

Più volte gli Stati Uniti avevano in passato sollevato il problema della rappresentanza e della missione del Consiglio. La decisione di uscire arriva con una presidenza che non teme l’assalto delle armate del politicamente corretto. Nikky Haley ha spiegato così la decisione: “Voglio essere chiara: questo passo non è un ritiro dal nostro impegno sul fronte dei diritti umani. Assumiamo questa iniziativa perchè il nostro impegno su questo fronte non ci consente di restare parte di un organismo ipocrita che deride i diritti umani”.

Israele ha ringraziato il presidente Trump “per la coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le bugie del cosiddetto Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Invece che occuparsi dei regimi che sistematicamente violano i diritti umani quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, l’unica vera democrazia del Medio Oriente”.

L’ambasciatrice Nikki Haley ha dato un altro colpo all’impianto liturgico dell’Onu, di cui il Consiglio per i diritti umani è uno dei pilastri. L’azione della Haley è stata finora di grande spessore e energia, le riunioni del Consiglio di Sicurezza sono tornate nuovamente a essere interessanti. Dall’archivio del titolare, ecco il ritratto della dama di ferro di Trump all’Onu. Al centro della scacchiera, c’è una regina: Nikki Haley, l’ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu. È stata lei il problema di Kim Jong-un, di Putin e Xi Jinping. La Haley al Consiglio di sicurezza dell’Onu ha messo per l’ennesima volta la Russia di fronte alla nuova realtà: alla Casa Bianca non c’è più Obama, ma Trump. E la politica americana è diventata improvvisamente su alcuni temi non solo più assertiva, ma anche non disposta a lasciare spazio alle manovre della Russia. Le riunioni del Consiglio di sicurezza sulla crisi dei missili con la Corea del Nord ne sono state la prova, la Haley non è un diplomatico accomodante. Durante una delle discussioni chiave sulla Corea del Nord, gli Stati Uniti rimasero fermi nella loro posizione, la Russia e la Cina come sempre fecero fronte comune preannunciando il loro no. Di fronte al veto minacciato da Mosca e Pechino, la Haley decise una contromossa che sul piano diplomatico è inusuale: presentare in ogni caso una bozza contro il regime di Kim e metterla ai voti. “Se siete contenti delle azioni della Corea del Nord, mettete il veto. Se siete amici della Corea del Nord, mettete il veto”, furono le parole di ghiaccio della Haley. Il risultato lo abbiamo visto: Trump e Kim si sono incontrati a Singapore, un processo di pace – tutto da verificare, sia chiaro – è cominciato grazie alla collaborazione della Russia e soprattutto della Cina.

Da quando la Haley è all’Onu, la Russia si è trovata di fronte un carro armato Abrams in mezzo al cammino. Indisturbati durante l’era Obama, i russi al Consiglio di Sicurezza hanno questa dama di ferro che ne ostacola i piani di espansione e ritorno alle sfere di influenza. La Haley è tostissima, le riunioni al Palazzo di Vetro non erano così interessanti da anni. È la sua biografia a raccontare la sua ascesa. La Haley è di origine indiana, il suo cognome da nubile è Randhawa, la famiglia viene dalla regione del Punjab. Nata nella Carolina del Sud, Haley è una repubblicana al titanio, sostenuta in passato da Mitt Romney, ha scalato le posizioni nel partito. Eletta per la prima volta alla Camera nel 2004, diventa nel 2011 governatore della Carolina del Sud. È un razzo a decollo verticale in un Partito repubblicano a corto di leadership. Lei occupa lo spazio che gli altri non sono in grado di riempire e lo fa con determinazione. Haley è una che non ha mezze parole, ama il discorso diretto, mostra da subito di non avere alcun timore reverenziale nei confronti dei leader, fa una politica fiscale che taglia le tasse, aumenta gli stipendi agli insegnanti ma li lega alla qualità delle prestazioni, la sua visione è quella di facilitare il business, ridurre al minimo i contrasti sindacali. Sta in campo per vincere. E vince facile in South Carolina per la seconda volta nel 2014.

Nel 2016 le viene affidata la replica del Partito repubblicano al discorso sullo stato dell’Unione di Barack Obama. Entra sulla scena uno che in fondo le somiglia, Donal Trump. E scocca la scintilla che le cambierà ancora una volta la carriera e la vita: Trump la nomina ambasciatrice permanente all’Onu. La sua forte posizione pro Israele è un elemento decisivo nella scelta, è il primo elemento di discontinuità nella politica estera obamiana, soprattutto dopo la rottura totale tra Israele e l’amministrazione Obama. La Haley stravolge la liturgia consolidata delle riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: critica i partner riluttanti, li espone alle loro contraddizioni, tratta duramente, minaccia di far votare una risoluzione anche se sa che non passerà mai. È uno stile che manda a carte quarantotto la consumata tradizione dei russi, la loro felpata strategia di non muovere i pezzi sulla scacchiera e vincere sempre la partita. Hanno davanti una regina, prima di fare matto, devono abbattere lei. Che partita.

Da: List

 

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