La Fiat e noi una storia di presa per i fondelli

Dopo avere per anni, preso i nostri soldi, ora ci prendono pure per i fondelli. Parliamo ovviamente di Fiat, ora Fca che si avvia a fondersi con Peugeot. In principio fu la Fiat, portata dal celebratissimo Gianni Agnelli, sull’orlo del default finanziario, quello industriale era già avvenuto, perché anziché occuparsi di produrre auto, ci si occupava di altro. Giornali, Corriere, assicurazioni, Toro, immobili, Exor, vini, Chateau Margaux e altro ancora, fino a che la fabbrica un tempo gloriosa era arrivata a produrre la sola Stilo, mentre Lancia e Alfa morivano e il resto dell’impero non si sentiva bene. Eppure Gianni veniva omaggiato nei salotti del potere e della politica, celebrato sui giornali per i suoi amori, esaltato a sinistra per aver firmato un contratto nazionale che aveva messo in difficoltà il sistema produttivo italiano, ma che sembrava progressista. Inoltre schifava Berlusconi, non perché avesse idee diverse o semplicemente delle idee, solo perché lo reputava un parvenu. Morto il re, i molteplici e famelici eredi della corona scoprirono che le casse di Fiat erano vuote di modelli, soldi, idee e fu allora che la zia Susanna Agnelli chiamò alla presidenza Luca Cordero di Montezemolo, che ebbe due idee buone, anche se la cosa può sembrare strana. Convinse le banche principali a sottoscrivere un prestito convertendo, altrimenti Fiat avrebbe fatto la fine di Parmalat e chiamò Marchionne. Il manager italo -svizzero forse non ha salvato la Fiat, di sicuro ha salvato gli Agnelli, con la fusione con Crysler, pagata da Obama e poi con le vendite o scorpori di Ferrari, Marelli, Fidis, Iveco, ecc..Con il suo genio finanziario di Marchionne, la Fca è riuscita ad azzerare i debiti, grazie anche ad un opportuno spostamento della sede fiscale in Olanda, ma al prezzo di restare indietro sui nuovi modelli e sulle nuove tecnologie: elettrico e guida autonoma in primis. Nel mentre l’Italia pagava casse integrazioni continue ad un’azienda che pagava le tasse in Olanda. Italiana fin che perdeva, Olandese e americana da quando guadagnava. Ora, tra gli squilli di tromba dei giornali di proprietà De Benedetti-Agnelli, Repubblica, Stampa, Secolo di Genova ecc.., ci viene presentato l’accordo del secolo: la fusione con Peugeot. Fusione alla pari, si dice, in cui il sempre giovane Elkann diverrà presidente, mentre dal governo e dal Pd si plaude, anzi il ministro Gualtieri dice che è cosa buona e che noi daremo aiuti e soldi per l’innovazione. Una colossale presa per i fondelli: Fca è stata venduta ai francesi, basta guardare, per capirlo, alcuni semplici fatti. Primo: nel Cda di undici, il voto decisivo sarà quello dell’Ad che è quello della Peugeot, secondo, gli Agnelli avranno circa il 14%, Peugeot il 6%, stesse quote dello Stato francese, e dei cinesi alleati con la casa transalpina, insomma più del 18%. Inoltre, per non diluire i francesi, agli azionisti Fca verrà corrisposto un dividendo straordinario e questo i mercati lo hanno capito bene, tanto è vero che in Borsa Fca è cresciuta e Peugeot è calata, accade sempre che chi compra scenda e chi vende salga. Se la vogliamo dire spiana, è al massimo una fusione tra francesi e americani. Il pezzo forte di Fca sono i suv Jeep e i truck, non certo le utilitarie di tradizione Fiat, che già producono abbondantemente i francesi. A loro interessa il mercato americano dove sono assenti, in Cina ci sono coi loro alleati e in Europa posseggono già anche la Opel. Si dirà: è il mercato bellezza, peccato che sia così asimmetrico, del resto che aspettarsi da un governo che rischia di chiudere l’Ilva di Taranto? Un progetto industriale? Ci resta una decrescita infelice, una deindustrializzazione sempre più forte, 150 tavoli di crisi, 200.000 posti a rischio e il dibattito sul ritorno del fascismo. E la sensazione di avere una classe politica, specchio di un Paese che non è mai diventato Nazione.

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