La democrazia è legittimazione delle élite o non è

democrazia9 di Serena Sileoni

Ci si è svegliati spocchiosamente elitisti solo perché l’esito del voto non è stato quel che si voleva

La reazione intellettuale forse più sorprendente all’esito elettorale britannico sull’Unione europea è stata quella di dare un peso al voto a seconda della testa che ha votato.

Dall’analisi dei dati, abbiamo appreso che le periferie, gli anziani e le classi popolari hanno trovato nell’Europa il capro espiatorio dei propri disagi, mentre i giovani, le persone istruite e urbanizzate sono per il “remain”. Da qui, e a prescindere dal grado di astensionismo relativo per queste categorie, è stato un florilegio di “distinguo democratici” in evidente contraddizione col principio fondamentale del voto uguale per tutti. Ci si è svegliati spocchiosamente elitisti solo perché l’esito del voto non è stato quel che si voleva. Appena un anno dopo aver plaudito all’orgoglio del David greco di aver sollevato il capo, sempre con referendum, davanti al Golia europeo, anche i sostenitori della democrazia attiva, deliberativa, coinvolta e coinvolgente hanno scoperto che il popolo può votare anche come non piace.

La democrazia a giorni alterni, il suffragio su misura non sono soltanto concetti altezzosi. Sono, soprattutto, indizi di una scarsa consapevolezza del fenomeno democratico quale organizzazione elitaria del potere.

Dalla Gloriosa rivoluzione fino ai moti liberali dell’Ottocento, la strada per la democrazia è stata la strada per l’individuazione di una legittimazione del potere che comunque separasse l’élite dal volgo, i capaci dagli incapaci a governare. Le teorie e gli istituti democratici sono nati e si sono sviluppati al servizio di una teoria oligarchica della democrazia che consentisse una legittimazione nuova rispetto al potere assoluto del re, una legittimazione popolare sì, ma per un governo estraneo e riparato dai governati.

Nella schizofrenia del continuo appello alla sovranità popolare e alle forme di democrazia diretta e partecipata e, d’altro lato, della contestuale delusione per le sue scelte, pensiamo che il busillis sia nelle soluzioni istituzionali che razionalizzino il principio maggioritario: voto sì ma non su tutto, e persino voto sì ma non per tutti.

Ma il punto è molto più delicato dell’ingegneria istituzionale: democrazia non vuol dire necessariamente appello assoluto alla sovranità popolare, come troppo spesso si sente dire da alcuni partiti e movimenti politici e da una certa classe intellettuale, quando le torna comodo. Al contrario, la fortuna della democrazia si è avuta con l’erigersi del voto a illusione politica e col rafforzamento di una teoria del potere e della sovranità diversa dall’assolutismo ma comunque elitaria, che identificasse nella oligarchia degli eletti la legittimazione ad agire e al tempo stesso la garanzia dei talenti.

Se questa è la democrazia, è democratico anche un sistema, come quello italiano, dove su certi argomenti il popolo non può esprimersi, o un regime che non fa della trasparenza e della volontà popolare il feticcio del potere legittimo. Se questa precisazione non ci piace, non ci resta che accettare sempre la volontà popolare, anche quando si esprime come non vorremmo.

 

Da: Istituto Bruno Leoni

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