Italia. I problemi della fase 2

A sentire il premier Conte, siamo arrivati alla fase 2. Non sappiamo se perché la situazione sanitaria lo consenta o perché quella economica era ormai insostenibile. Probabilmente un combinato disposto delle due, esserci arrivati non significa necessariamente essere pronti.  Dal punto di vista sanitario i contagi stanno andando benino, anche se ancora non si sono risolti diversi problemi, nelle Rsa: si stanno facendo ora i tamponi, come del resto ai molti familiari dei positivi, che ricordiamolo sono più di centomila, ma non si sono predisposti ospedali Covid, nè residenze dove far passare la quarantena ai nuovi infettati, tenerli a casa significa alimentare il fuoco dell’infezione. Per gli ospedali Covid, le regioni si stanno attrezzando: Lombardia e Marche hanno approntato due strutture, fatte con contributi privati, mentre l’Emilia si propone di farlo a sue spese. A proposito di capacità di spesa, la protezione civile non è riuscita a spendere più di un terzo delle donazioni ricevute, il che la dice lunga sulla capacità della burocrazia italiana. Si riaprono le strutture ambulatoriali private, ma mancano i dispositivi di protezione: camici, mascherine professionali, guanti e pure l’alcool, problema tuttora presente nelle Rsa, con buona pace del commissario Arcuri. Soprattutto mancano protocolli cornice, su cui innestare disposizioni più mirate da parte di Regioni e Asl. Manca una chiara idea sulla mobilità, che non siano l’idea di un contributo per l’acquisto di biciclette e la costruzione di nuove piste ciclabili. L’apertura ai congiunti, cioè a tutti, era da restringere a quelli stretti, per non favorire il proliferare di cene casalinghe tra amici, con pasti forniti dai ristoranti, ma così ha deciso il governo, coi suoi consulenti scientifici e non, che scopriamo essere modesti secondo le classifiche internazionali.  Secondo la classifica di X Index, il primo è Fauci a 174, mentre il presidente dell’Istituto Superiore Brusaferro ha un indice di 21, il consulente di Speranza, Ricciardi, lo ha di 39, il mitico Burioni di 26 e l’onnipresente Pregliasco di 14. I due migliori, Mantovani (Humanitas) 167 e Remuzzi (

Istituto M. Negri) 158, temiamo non facciano parte di alcuna task force. Al netto di questo “leggero” caos, si parte, mentre la politica si interroga se Conte sia adatto o meno a gestire la fase 2, ammesso che sia stato così bravo a gestire la fase 1. Tra breve tutti si renderanno conto della spaventosa crisi economico sociale a cui andiamo incontro. A differenza di quanto accadde nel 2011, il problema non è l’aumento dello spread, che resta comunque alto, oltre 200, nonostante i formidabili acquisti della BCE, ma piuttosto l’impennata delrapporto debito/Pil. Per il Fondo Monetario, il Pil potrebbe scendere del 10% e il debito salire del 20%, il debito pubblico italiano alla fine del 2020 potrebbe impennarsi fino al 180%. Neppure si può considerare la crisi del 2008, in cui bastò immettere liquidità in un sistema in cui l’economia rallentò, ma non si fermò. Oggi siamo di fronte alla crisi dei produttori e dei consumatori, aggravata dal fatto che la globalizzazione si è fermata, visto che non si può più circolare, il che vuol dire che il turismo, 13% circa del Pil, è a zero, le compagnie aeree sono a terra, in senso fisico oltre che finanziario, come pure i servizi e anche nella new economy ci sono problemi, penso ad Airbnb, Booking, Tripadvisor, ecc… Per l’Italia, con problemi atavici di malfunzionamento, disoccupazione ed evasione fiscale, si prospettano due scenari. Una possibilità sarebbe quella rappresentata dall’Outright Monetary Transactions (Omt), il piano di Mario Draghi mai lanciato davvero e associato alla famosa formula del “whatever it takes”. Il piano consentirebbe l’acquisto diretto da parte della Bce di titoli di Stato emessi dai Paesi in crisi, ma potrebbe attuarsi a patto che il Paese avvii un programma di “risanamento”: in altre parole, a patto che l’Italia accetti di adottare il Mes

Un secondo scenario è quello di chiedere la ristrutturazione del debito. Un’opzione che sarebbe compatibile con l’adesione all’eurozona, ma che richiederebbe il coinvolgimento della Bce, per evitare che il debito italiano perda il suo status. Il punto debole in questo scenario, però, sono le banche, che detengono la gran parte del debito sovrano, e che quindi potrebbero essere interessate da fallimenti.

Sarebbe necessario fin da subito iniziare a pensare a come ristrutturare il Paese, per non trovarsi nella condizione peggiore, magari dopo aver impoverito ulteriormente gli italiani con nuove patrimoniali che farebbero fuggire i capitali, colpirebbero il ceto medio e i piccoli risparmiatori e che in assenza di radicali riforme, ci farebbero solo guadagnare un po’ di tempo. Di come cambiare il Paese dovrebbero discutere maggioranza e opposizione insieme, un nuovo governo sarà eventualmente la conseguenza di un accordo. In questa situazione neppure Draghi potrebbe fare nulla.

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