Il vecchio sciopero e il nuovo mondo

Fa riflettere la dichiarazione del segretario nazionale della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui “Cisl e Uil sbagliano a non aderire allo sciopero (proclamato per il 6 settembre solo dalla Cgil) perché stanno subendo il fascino di questo Governo e pensano poco a come cambiare questa manovra. Di fronte ad una manovra che rompe la coesione sociale è interesse di tutti provare ad interloquire con il disagio”. Una riflessione vecchia e nuova allo stesso tempo: vecchia perchè lo strumento dello sciopero resta l’unico vero modo per una qualsiasi organizzazione sindacale per far sapere a tutti di non essere d’accordo; nuova perchè, per assurdo, rappresenta essa stessa l’assenza di una novità nella strategia delle relazioni con una controparte, qualsiasi essa sia.

Il mondo cambia, il sindacato no. La divisione tra Cgil e Cisl-Uil non è nuova, anzi si è andata acuendo su piccole e grandi battaglie quotidiane, terreni di confronto-scontro che le cronache hanno qui e là rilanciato. Ma in palio, a ben vedere, non c’è solo la rappresentanza dei lavoratori quanto il potere di chi li rappresenta e il suo valore, impersonale, come organizzazione sindacale stessa, al tavolo delle trattative. Non che il sindacato – e nel nostro caso la sigla politicamente e numericamente più rilevante – debba rinunciare all’arma dello sciopero. Ma rischia di essere spuntata, dal momento che le guerre ora sono di altro tipo e anche gli armamenti sono cambiati. Più che lo sciopero di protesta, servirebbe un’idea di proposta. Ma, in questo caso, a difesa di chi?

Nel mirino della manovra del Governo e di molti osservatori c’è, ad esempio, il pubblico impiego, storica fonte di consenso politico e sindacale per aree di maggioranza come di opposizione. La difesa ad oltranza dello status quo, cioè dei diritti e dei ruoli come si sono storicamente definiti in questo comparto, si infrange contro una contemporaneità delle relazioni sociali che non può evitare di prendere in considerazione la globalizzazione (i diritti, ad esempio, dei lavoratori cinesi che, pur sfruttati, scippano opportunità di lavoro nel Vecchio Continente o hanno a loro volta subappalti più discutibili in altre aree sottosviluppate del Lontano Oriente). Le recenti innovazioni tecnologiche non hanno scalfito il mare magnum del pubblico impiego in Italia. Mentre aziende private falliscono e chiudono bottega, lo Stato non ha dalla sua nemmeno la cassa integrazione per i suoi dipendenti. E’ già una guerra tra poveri: valgono di più i dipendenti di un ministero, anche in una sede periferica e decentrata, dei dipendenti privati di un’azienda travolta dalla crisi finanziaria mondiale? Il sindacato da che parte sta? Difende questi o quelli?

Le innovazioni tecnologiche, peraltro, non hanno nemmeno migliorato la tipologia dei servizi che la Pubblica Amministrazione ha reso ai cittadini-utenti in questi anni, dove anche piccole cose come l’uso di internet o banche dati possono migliorare la qualità della vita, ma sono rimasti al palo, inesistenti. Chi è, allora, il sindacato dei cittadini? I dipendenti pubblici, talvolta, non sono anche cittadini-utenti? Chi difende i cittadini dai disagi di uno sciopero? O dobbiamo pensare a percorsi paralleli, il solito ricorso all’amico dell’amico…

E’ un vicolo cieco, una strada senza via apparente d’uscita perchè segue un percorso tradizionale; ma il percorso, nel frattempo, è cambiato. La proposta sta nell’innovazione, che il sindacato della Camusso continua ad avvicinare con massima diffidenza, anzi lo rifugge perchè rimanda a un’elaborazione critica dell’esistente, una compartecipazione strategica alle scelte che non possono più seguire il vecchio solco.

Il fascino del corteo ripaga indubbiamente di più.

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