Il Russiagate è la pistola alla tempia di Salvini

Di Flavia Perina

Il Russiagate italiano è senz’altro più modesto del suo omologo austriaco, che a maggio costò il governo ai sovranisti locali: a Vienna la contrattazione “rubli in cambio di amicizia politica” coinvolse direttamente il vice-cancelliere e capo dell’ultradestra Heinz Christian Strache; a Roma tocca un personaggio minore, più defilato, il signor Gianluca Savoini, sicuramente in rapporti con la Lega ma privo di incarichi istituzionali. E tuttavia per il Carroccio l’inciampo è molto serio perché mentre nella vicenda Strache la risibilità della trattativa risultò immediatamente chiara – la presunta oligarca russa era addirittura un’attrice – in questa storia di petrolio e tangenti non ci sono nomi, né cognomi, e persino l’audio delle registrazioni è diffuso solo in forma scritta senza possibilità di verifica. Insomma: dire “è una bufala, un trappolone, Savoini si è fatto incastrare da chissà chi”, è lecito ma non dimostrabile; altrettanto legittimo è il sospetto che gli spezzoni di BuzzFeed, solo in parte resi pubblici, siano l’arma di un ricatto al governo o a suoi esponenti.

Per noi italiani, magari, non è un gran problema. Siamo il Paese della Lockheed e di Mino Pecorelli, nella nostra storia recente abbiamo fatto patti segreti un po’ con tutti, dal terrorismo palestinese alla mafia, subendone le relative pressioni, e pure coi russi c’è una solida tradizione di scambi oltre i blocchi di appartenenza: non solo l’oro di Mosca al Pci (poi sostituito dalle intermediazioni sul gas) ma anche l’avventura della Fiat a Togliattigrad, caso più unico che raro di buoni affari con il nemico in piena Guerra Fredda. In Europa, però, tutto questo non risulta così normale. E il sospetto che la Lega, quindi il nostro governo, sia legato a doppie fedeltà – magari perché coartato da qualche dossier imbarazzante – è potenzialmente catastrofico in una fase di riassetto degli equilibri dove la fiducia è già al minimo.

Solo una settimana fa la Lega e Matteo Salvini sembravano arbitri assoluti del destino dell’esecutivo nonché delle sue scelte future. All’improvviso la trama sembra ribaltata

Nello scenario interno le conseguenze dell’affaire sono state subito evidenti. Solo una settimana fa la Lega e Matteo Salvini sembravano arbitri assoluti del destino dell’esecutivo nonché delle sue scelte future, col Movimento Cinque Stelle costretto dal risultato europeo a un ruolo di comprimario sotto scacco. All’improvviso la trama sembra ribaltata. I grillini rompono il tavolo sull’autonomia differenziata denunciando posizioni incompatibili su scuola e salari e lanciano l’idea di una Commissione d’Inchiesta sui finanziamenti a tutti i soggetti politici e fondazioni collegate. Il premier Giuseppe Conte entra a gamba tesa nella partita degli sbarchi dicendo chiaro e tondo che il Viminale non può far tutto da solo. L’alleato di governo, dopo settimane di quiescenza e soggezione nei confronti dei leghisti ha rialzato la testa su tutti i temi che gli competono. Salvini può minimizzare i problemi, come ha fatto nella diretta su Facebook di ieri sera, invitando ironicamente chi volesse farlo a cercare rubli in giro, ma le difficoltà per lui e per la Lega restano. Non sono in Italia. Il Carroccio è costretto ad andare a Canossa dalla neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen per assicurarsi un posto “pesante” di Commissario che altrimenti sarebbe a rischio.

Forse il solo modo di uscirne sarebbe indurre Savoini a fare nomi e cognomi, raccontare dettagli e assumersi la responsabilità di quella imbarazzante conversazione

Non sono tutte conseguenze dirette del Russiagate, certo. Ma di sicuro sono manifestazioni di una inedita insicurezza leghista, di un gioco in difesa che mai avevamo visto prima nel Carroccio. È cambiato lo stato d’animo. C’è un’inchiesta, tra l’altro, aperta dalla Procura di Milano che ha già indagato Savoini e ascoltato qualche persona informata dei fatti.

La vicenda rischia di diventare un tormentone, forse una mina vagante su due temi cruciali del salvinismo: lo strappo col passato e la difesa dell’interesse nazionale, entrambi messi a rischio dal sospetto che elementi dell’inner circle di via Bellerio (la sede di Savoini, per inciso, è nello stesso edificio del quartier generale del Carroccio) svolgano attività parallele di intermediazione politico-economica.

Su Twitter si è ironizzato sul “sovranismo pagato da sovrani stranieri”, ma non è solo una battuta. Larga parte del nuovo elettorato della Lega – di sicuro tutto quello proveniente dall’area della destra tradizionale – si è innamorato del leghismo perché lo vedeva nuovo campione di un risorto orgoglio nazionale, più determinato e intransigente.

E ora? Forse il solo modo di uscirne sarebbe indurre Savoini a fare nomi e cognomi, raccontare dettagli e assumersi la responsabilità di quella imbarazzante conversazione, salvando il suo partito dal sospetto di affari o ricatti ancora in corso. Un faccendiere spregiudicato che cerca un profitto, in Italia, sarebbe presto perdonato e dimenticato – ogni stagione politica ha avuto i suoi e qualcuno come Primo Greganti è diventato persino un eroe per i “suoi” – mentre sarà difficile arginare l’affaire se prenderà la piega di un fumoso complotto internazionale.

Da Linkiesta

 

Commenti

Commenti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.