Il ritorno di Dibba contro i Draghi

Di Marcello Veneziani

Ale oh oh. Ale Dibba, al secolo Alessandro Di Battista, sta tornando. Esce dalla favola e torna alla realtà, all’Italia virale e segregata dei nostri giorni. Se ne parla ormai da svariati giorni, probabilmente torna a piedi, a cavacece o sulla gobba di un cammello, come i Re Magi, visto che si è messo in cammino da tempo immemorabile prima di tornare alla meta. Ha attraversato i luoghi caldi del pianeta: dopo il Sudamerica, passò in Iran, attraversò la Turchia, forse la Libia e magari la Siria, non foss’altro che per farsi folgorare a Damasco come un suo antico predecessore. Gli manca la Cina, ma sarà per un’altra volta.

Lungamente annunciato e largamente invocato, il suo ritorno suona come l’ultima carta del Movimento 5Stelle, il jolly prima di dichiarare forfait. E la Base, o quel che resta aggrappato alla zattera della Piattaforma, lo acclama come leader, vate, primate, messia, fate voi. È lui il Capo, non più Grillo né Di Maio, figuriamoci le altre ombre: Figo, Taverna, Crimi.

Il senso dell’operazione si potrebbe spiegare con la psicanalisi: regressus ad puerum, ovvero il tentativo di recuperare l’innocenza perduta delle origini, il ritorno alla pubertà, dopo la malasorte del governo e l’avvento del Presidente Zero, Giuseppi Conte. Basta con le riformette e i governicchi, basta con gli annunci per finta (in questo governo solo due decreti attuativi su 169, il governo delle leggi virtuali e delle riforme fake).

Meglio cambiare gioco, anzi tornare a giocare nel giardino d’infanzia dei Bei Sogni, famo la Rivoluzione. Torna Er Che de Persia, versione revolutiòn-romanesca dello Scià, o versione esotico-amatriciana del Guevara. Lui ci spiegherà che il coronavirus è un Complotto inventato dal Sistema per danneggiare i 5Stelle e tutti i rivoluzionari del mondo. E tenere la gente a casa per evitare che faccia la Rivoluzione.

Prima di recarmi alla reception per l’accoglienza del Figliol Prodigo, devo confessarvi un segreto: ho simpatia per Dibba, lo vedo come un ragazzone, uno scapocchione con la testa ciondolante che già racconta nelle sue circumnavigazioni intorno al collo la sua psiche instabile e il suo nomadismo pendolare. Ma Dibba è il Puro, l’Irriducibile ai compromessi. Non amò il governo con la Lega, detestò quello col Pd, mi pare che disprezzi il Conte Zelig. Non volle ministeri, non ebbe poltrone, solo canoe per guadare contro la corrente i fiumi più impetuosi del pianeta; non va su Amazon semmai va in Amazzonia, a sostenere i poveri indigeni e le foreste attaccate. Robinudde.

Il giovanottismo è la sua filosofia di vita, è la rivolta spontanea di “noi eterni ragazzi” che non si vendono al sistema; ma anche nel senso di Jovanotti con la sua teologia civile dal Che Guevara a Madre Teresa di Calcutta, magari aggiornata scaricando l’app di Greta. Con la motocicletta e il ciuffo d’ananas sulla testa, Dibba ricorda che il suo pensiero è un frutto tropicale on the road…

Un sessantottino fuori tempo, fuori luogo. Laurea in Dams, spirito utopico e ribelle, nemico di ogni potere e di ogni vera o presunta corruzione, passione esotica per i mondi remoti e arretrati, contestazione globale e protesta permanente, vita libera e puerile, allo stato brado, aperta a tutte le possibilità creative; all’epoca fu definita sindrome del “bambino indeterminato”, essere tutto e occuparsi di tutto, ma per poco. Anche i suoi reportage fuffa per Il Fatto – che Crozza coglionava inesorabilmente – rientrano in questa mondovisione vaga e indefinita di chi non sa nulla ma esercita la sua ignoranza universale con infantilismo creativo.

Ora che torna, lo scenario politico italiano si apre a due soluzioni rigorosamente simmetriche per far saltare il voto e il faticoso bipolarismo tra centro-destra e grillo-sinistra: un governo istituzionale di salvaguardia e in alternativa la fluidificazione del movimento. Ai bordi del campo si scaldano due figure opposte: da una parte Ale Dibba, dall’altra Mario Draghi. A lungo evocato come spauracchio, intrattenimento serale o captatio benevolentiae verso i poteri forti, Draghi appare ormai da anni come il jolly delle istituzioni, il potenziale Presidente della Repubblica, del Consiglio, della Croce Rossa, il Commissario europeo o della nazionale o di chi volete voi. Figura speculare a Dibba, il suo contrario; per coltivare così gli opposti estremismi del nostro paese senza ripiegare nel bipolarismo dell’alternanza a cui ci eravamo abituati con la seconda repubblica.

Se vuoi fregare i sovranisti, assecondare l’Europa e soprattutto tardare la partita elettorale, la scelta è Drago Draghi, anzi Mister Drake, come vuole il suo aplomb british da city e il suo profilo internazionale. Se invece vuoi buttarla in caciara, menare il can per l’aia o il pallone in tribuna, con la speranza di colpire i Presidenti, la soluzione è Diba leader del movimento di maggioranza relativa, sempre più relativa, del nostro Parlamento.

L’Iban contro l’Imam, l’Iran contro l’Iva, il globish contro l’esotico, il codice a barre contro l’emoticon. Fondo Monetario contro Resto del Mondo. Uno va al governo e l’altro polarizza l’opposizione; la soluzione abbinata è l’ideale. Il Cavaliere senza macchia e senza paura che sfida i Draghi del Potere Economico Globale. Ammazza che sfida, che narrazione epica. Sarebbe l’ennesimo modo per eludere i problemi italiani, non dare risposte reali e politiche alla situazione, cercare alibi, rinvii e scorciatoie. E restare quel paese di bambini che un giorno eleggono in cattedra uno di loro e un altro reclamano l’Austero Direttore. Ma diventare maturi, avere docenti capaci, seguire un corso regolare e soprattutto mettersi a studiare, no?

MV, Panora

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.