Il problema di Salvini è Salvini

La piazza di S Giovanni era indubbiamente piena e pure le urne si sono finora mostrate generose, non si può quindi applicare a Salvini il detto di Pietro Nenni: “piazze piene, urne vuote”. La domanda è se le urne saranno abbastanza piene da consegnargli la vittoria e qui cominciano i problemi, anzi il problema, che poi è uno solo. Fino a ora Matteo Salvini ha dimostrato di essere un ottimo capo partito, un buon ministro degli interni e un mediocre statista. La stessa manifestazione di piazza S Giovanni, con l’inutile ostentazione del solo simbolo leghista, l’indifferenza verso Berlusconi, un certo fastidio verso la Meloni, denunciano come il nostro coltivi un senso di autosufficienza che esiste solo in alcune regioni del Nord e che lo porta ad essere respingente, più che inclusivo.  Ha ampiamente dimostrato di essere un capo- partito capace di trovare i temi giusti, essenzialmente l’immigrazione, per cavalcare un’ondata popolare che altri non hanno saputo capire e gestire, ma ha anche dimostrato di avere idee confuse su quali sono gli interessi del Paese e pure dei suoi elettori, al di là dei temi securitari e di dove voglia portare l’Italia, che come ogni Paese, non è un’isola. Il suo disegno di politica economica ed estera non è chiaro, al di là di slogan tipo «prima gli italiani», una sorta di Moment per ogni dolore. E’partito dall’idea di uscire dall’euro, per avere mano libera sulla moneta che è un classico del populismo, da Erdogan a Putin, che però sarebbe rovinoso applicarlo all’Italia, dove, dopo tanti anni, ci siamo adeguati. Poi ha lasciato per conseguenza intendere che si poteva uscire dall’Europa, magari per avvicinarsi a Mosca, cioè a una realtà che ha una visione molto autoritaria e quasi teocratica dei rapporti fra Stato e cittadino. Il risultato è stato che i suoi alleati interni, 5 Stelle ed esterni, ungheresi e polacchi, lo hanno lasciato solo in Europa e non si può negare neppure una certa diffidenza degli alleati americani. Non è neppure credibile che tutti gli italiani che lo hanno votato sul tema immigrazione, siano disposti a seguirlo in una strategia che cambia 75 anni di politica estera italiana. Tesi come quelle dei minibot, pensati come zeppa contro la moneta unica e non come mezzo di pagamento per i ritardi contabili dello Stato, spaccherebbero non solo l’Italia, ma pure la Lega. Su questa linea Salvini si troverebbe schiacciato a destra, alleato solo di movimenti minoritari come Adf, Vox e il Fronte Nazionale francese e rischierebbe seriamente, anche a causa dello sfarinamento di Forza Italia, di non vincere le politiche e pure se le vincesse, di non riuscire a diventare premier. Salvini come politico è ancora giovane ma ormai, a 46 anni, ha una sua storia e questa ci dice che è bravo a sfruttare tutto lo spazio che gli offrono a breve, idee e posizioni sopra le righe, che parlano a sentimenti profondi dell’elettorato e questo ha funzionato in politica interna Ma è assai meno bravo a farsi alleati a livello Ue e internazionale, a cedere terreno, pur di raggiungere obiettivi sui quali poter costruire a Bruxellesstabili maggioranze. È molto, direi troppo, identitario. Più che in politica interna, hanno probabilmente pesato, come scritto sopra, gli errori sullo scacchiere estero. Una volta che il suo successo elettorale si era rivelato isolato, avrebbe dovuto capire che se non si può battere un avversario, conviene alla fine accordarsi. Questo ha fatto Di Maio, assai meno abile di Salvini, votando come presidente della Commissione la tedesca Ursula von der Leyen ed entrando, fatto inaudito, solo poche settimane fa, nel gruppo europarlamentare liberale insieme agli uomini di Emmanuel Macron, dopo aver amoreggiato coi gilet gialli. Salvini si è affidato al capogruppo leghista a Strasburgo, Marco Zanni, a lungo fautore della nuova lira e della fine dell’Ue e ancor peggio a Claudio Borghi, il padre dei minibot. Gli hanno detto che non si può tradire la purezza del pensiero sovranista e votare la democristiana europeista tedesca. Che però l’amico Viktor Orban e i sovranisti polacchi hanno votato. Risultato: fronte sovranista spaccato, la Lega isolata a Strasburgo, nessun leghista in Commissione e tramonto della candidatura di Giancarlo Giorgetti. Tutti vogliono in Europa buone relazioni con Mosca, ma nessuno, tantomeno gli amici salviniani dell’Est europeo, vuole il ritorno dell’orso russo. Saprà Salvini essere duttile, rivedere il sovranismo, ricostruire rapporti in Europa, guardare alla Russia per quello che è, cioè un partner prezioso, ma non un alleato? Insomma, visto che ha in parte perso, saprà cambiare rotta? Saprà impedire la saldatura tra la sinistra e i neo-centristi Conte, Renzi, Calenda e Carfagna? Magari non favorendo nuovi partitini, come quello di Toti, ma spostando al centro la Lega, che ha in larga parte un elettorato di centro, lasciando spazio alla Meloni sulla destra. Sarebbe augurabile, e non solo per lui, ma resta improbabile. Andrà piuttosto al voto, cercando di capitalizzare il più possibile sull’immigrazione e tacendo su una visione del Paese e della sua economia che gli fa difetto, del resto aveva lasciato i ministeri economici in mano ai 5 Stelle e alla loro visione agro-pastorale. E così rischierà di fermarsi ad un metro dal traguardo, come Dorando Petri.

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