Il potere, le manine e il dilettantismo politico

 Lo confesso: parlare male di Giggino Di Maio, un po’ mi dispiace. Perché a farlo sono in molti, che magari, come Maria Teresa Meli, del Corriere della Sera, si presentano come giornalisti, ma sono più faziosi di un politico. Poi perché a differenza dei suoi dileggiatori, credo che rappresenti una storia di successo, pur avendo fatto il Classico senza imparare i congiuntivi, pur senza laurearsi, pur avendo venduto bibite al S Paolo, è diventato vice-premier e super ministro a poco più di trent’anni e io credo che esistano meriti senza carriere, ma non carriere senza meriti. Non sono neppure preoccupato di cercarli, i meriti, mi limito ad osservare la carriera di uno che ha il curricula di tanti ragazzi del sud. Eppure devo parlarne male, perché il tormentone delle manine che si divertono a scrivere commi non voluti e quello di un apparato burocratico che rema contro, denunciano una dose eccessiva di dilettantismo politico, che per chi fa il suo mestiere può essere rovinoso. Infatti il potere della burocrazia è inversamente proporzionale alla debolezza della classe politica. Perché anche chi ha costruito il suo successo, in gran parte su scariche di tweet, in un dibattito politico privo di ideali e mete future, non può non sapere che il suo potere è continuamente esposto al gradimento degli elettori. Mentre quello delle strutture amministrative supera i governi e può estinguersi solo con la fine dello Stato. E pure l’autoreferenzialità delle strutture sale, se l’agire degli eletti si basa su un’ incompetenza, giustificata dal solo consenso elettorale, come una specie di Auditel, che segnala i programmi di successo, ma non ne certifica la qualità. Operazione di saggezza è riconoscere che esiste un potere profondo, che è quello degli apparati burocratici, militari, economici e perfino di intelligence. Esistono nelle democrazie, nelle oligarchie e nelle dittature. Nelle prime sono pure prevedibili e intravedibili, i “padroni del mondo”, sono, secondo la vulgata popolare, un insieme di  massoni, gesuiti, capitani d’azienda, banchieri, giornalisti,ecc..e ovviamente ebrei. S’ incontrano in posti fissi: Aspen,in Colorado, Davos in Svizzera o in begli alberghi, come il mitico gruppo Bildenberg e nella provincia profonda si incrociano nei salotti bene e nei circoli, dove si consumano infiniti incontri conviviali, a volte anche noiosi. Dentro questo insieme di persone, che si credono una super classe, non vi sono i mostri della Spectre che stanno disegnando un nuovo ordine mondiale, anche se alcuni di loro credono di esserlo, vi sono però, molte relazioni, molto potere e molte competenze e non serve affrontarle come se tu fossi S Giorgio e loro il drago. Questa storia delle manine, è l’anticamera della tesi del complotto, una sorta di atto di fede, visto che viene enunciato, denunciato nel salotto di Vespa, ma mai dimostrato. Se poi finisci col portare alle estreme conseguenze la teoria di una burocrazia ostile, che sforna commi, come Di Maio sforna tweet, finisci col chiuderti nella tua stanza, prigioniero dell’inner circle, che staziona nell’anticamera, che diviene la vera stanza del potere. E’ l’anticamera che decide le informazioni che S Giorgio deve ricevere, chi può essere ammesso, chi premiato e chi giustiziato, sovente tra quei membri del potere non elettivo, che vengono premiati con lo spoyl sistem, ma frequentano gli stessi salotti degli esclusi, perché i membri degli apparati visitano tutti le loro Davos, come i cattolici S. Pietro. Se la politica è solo Auditel, annunci e tweet, il potere lo avranno sempre gli apparati e non saranno manine a guidarlo, ma mani ben salde, anche se gli apparati, senza la luce della grande politica, perdono senso, in uno Stato che non ha una direzione. Hanno la capacità di indirizzare la politica, di condizionarla, di sostenerla, ma non di farla. Diverso è il caso dei commissari europei, confusi coi burocrati, sono invece politici nominati dai singoli governi, Junker è un democristiano e Moscovici un socialista, questi fanno politica diretta e per la verità pure l’Italia avrebbe un vice presidente della Commissione, una specie di nullità che si chiama Mogherini. Un altro dei colpi di genio di Renzi. Anche confondere potere politico e potere degli apparati è un errore, perché si finisce per saldarli ancor di più e in questa vicenda molti nemici non vuol dire molto onore. Questo è il limite di Giggino e della sua “anticamera”: credere che si possa andare avanti con le narrazioni di Rocco Casalino, finendo col rimanere sempre più isolati, anche se a cavallo come S Giorgio.

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