Il PD porta la croce senza ottenere nulla in cambio, ma forse se ne sta accorgendo

Mario Lavia

Zingaretti e i suoi cominciano a capire grazie ai sondaggi che la strategia accomodante non sta funzionando. Iniziano le prime critiche al premier, ma per il momento di alternative a un quadro politico sempre meno convincente non se ne vedono

Mentre conducevano via Gesù, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.
Dal Vangelo secondo Luca 23, 26

Più prosaicamente, il ruolo di portatore della croce, in politica, alla lunga non è detto che paghi. Anzi. Accade talvolta che il Cireneo di turno si ribelli alla sua condizione, stanco di recare il peso del sacrificio, magari da solo, finendo con l’avvantaggiare altri; e tanto più se a questo sforzo subentra l’angoscia che sia tutto vano.

È chiaro che stiamo parlando del Partito democratico, il Cireneo che porta la croce senza riconoscimenti in cambio, anzi: il recente sondaggio di Swg ha scosso il Nazareno perché segnala un’inversione di tendenza con un meno 0,7 in una settimana che fa andare il partito di Nicola Zingaretti sotto quota 20, la soglia psicologica che segna la differenza fra una discreta salute e una incipiente malattia. E sembra che il dato sarà confermato anche nella prossima rilevazione: insomma, pare una tendenza.

Un altro sondaggio, questa volta di YouTrend per SkyTg24, che è già stato commentato qui, dice che il Pd correrebbe un rischio mortale se Giuseppe Conte scendesse in campo con una sua lista, che si collocherebbe più o meno sul suo stesso piano, talché, proprio come il maresciallo de Soubise che portò a schiantare i francesi contro i prussiani di Federico II, Zingaretti avrebbe lavorato per il Re di Prussia, ossia l’avvocato del popolo. E senza minimamente incassare il dividendo del Calvario attuale scalato in nome della guerra al Covid e della ricostruzione economica del Paese.

Ma recare le stimmate sulle mani nella cruda logica della politica non serve, se non a qualche successiva menzione nei libri di scuola. I dirigenti del Pd, che un po’ di palestra politica l’hanno fatta, tutto questo lo sanno benissimo. E capiscono che, 18 oppure 21, la dura realtà dice che il Pd non riprende il volo, non può ambire, con questi numeri, a rifondare una coalizione vincente sotto le sue insegne. E per un partito che ha nel suo dna i cromosomi dell’egemonia questo equivale, appunto, a portare la croce e basta, a essere ineluttabilmente subalterni, cioè sconfitti dalla Storia.

Ecco perché in questo clima di agitazione tutti i capi del partito stanno intervenendo a raffica, più o meno pubblicamente, per chiedere un cambio di rotta, non solo a Giuseppe Conte ma, dietro di lui, allo stesso leader del Pd. E da parte sua Zingaretti, che ben conosce umori e movimenti nel suo partito, ha in effetti cominciato a dare segni di insofferenza.

L’ultimo segnale è l’irritazione a scoppio ritardato per l’annuncio contiano degli Stati generali dell’economia, senza che ci sia stato un coinvolgimento dei partiti di maggioranza e quindi nemmeno del PD, che ieri con il segretario Zingaretti e con il ministro Roberto Gualtieri ha cominciato a chiedere spiegazioni a Palazzo Chigi.

Il primo è stato l’articolo di Zingaretti sul Sole 24 Ore in cui reclamava l’utilizzo del Mes senza ulteriori indugi che va inevitabilmente a cozzare con la contrarietà dei grillini e la cautela del premier ed è dunque l’apertura di un fronte e di una battaglia che il capo dem giudica decisiva perché capisce che il Paese ribolle in attesa di soldi veri e subito – quelli del Recovery fund arriveranno chissà quando – ed ecco allora perché servono i miliardi del Mes. Ora.

Il paradosso è che il pezzo d’Italia che schiuma rabbia è portata istintivamente a guardare a una destra tendenzialmente sfascista quando non esplicitamente eversiva, sia pure con i connotati trash di un Pappalardo; e un altro pezzo sostiene Giuseppe e i suoi fratelli: alcuni ministri in particolare, come Roberto Gualtieri, Enzo Amendola, Lorenzo Guerini, “carte buone” che però non sono spendibili al tavolo verde del consenso. I quali anche per il loro profilo molto istituzionale non vengono percepiti come “il Pd”. Che resta sullo sfondo, come nelle fotografie venute male, c’è e non c’è, dice e non dice, fa e non fa, e soprattutto si muove poco o nulla terrorizzato dal rompere qualche cristalleria o di fare troppo rumore.

Immobilizzato sin qui dall’emergenza, il dibattito interno ora può riprendere e dare un primo sfogo alle inquietudini, ai dubbi, al mal di pancia, soprattutto all’ansia di voler capire dove si sta andando. Ma è un dibattito non ordinato e senza una sede propria.

Dalla sinistra di Andrea Orlando a certi discorsi non pubblici di Area riformista, dal nervosismo di Goffredo Bettini («Serve uno scatto») alle parole di Sala o Gori o Nardella fino all’aperta presa di posizione di un battitore libero come Tommaso Nannicini su Linkiesta è tutto un domandarsi se non sia vicino il momento di dare una sterzata alla linea, sin qui – diciamo noi – troppo subalterna al premier e ai grillini.

Ma anche chi considera inevitabile quest’alleanza, cioè nella stessa maggioranza di Zingaretti, si pone il problema di come interpretarla, di come forzare un quadro politico sempre meno convincente e sempre più slabbrato, di come preparare almeno nelle intenzioni una prospettiva diversa. Il che rimanda ancora una volta alla domanda se valga la pena portare la croce come Cireneo, e fino a quando.

Da Linkiesta

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