Il mondo celebra un regime feroce

Di Marcello Veneziani

È passato sotto gamba il settantesimo anniversario della nascita del regime comunista in Cina. Pochi hanno ricordato cosa è stato il totalitarismo rosso di Mao, soffermandosi piuttosto su cos’è la Cina oggi, col 5G, la colonizzazione dell’Africa, il commercio mondiale cinese a prezzi stracciati, le nuove tecnologie militari e le inquietanti sperimentazioni, fino all’ultimo, gigantesco aeroporto di Pechino, il più grande del mondo. La temibile parata militare di ieri ha dimostrato potentemente al mondo che non si tratta solo di una crescita economica e industriale. Altro che la Corea.

La Cina è oggi il vero antagonista e competitore globale degli Stati Uniti e dell’Occidente, anche se per ragioni ideologiche tanti additano in Putin l’orco minaccioso sui destini dell’umanità. Il sottinteso delle celebrazioni della Cina d’oggi è che la rivoluzione di Mao è la necessaria premessa dello sviluppo presente cinese. Poco si è ricordato il costo umano di quella rivoluzione che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Il mondo celebra il più feroce regime di tutti i tempi. E, a differenza del nazismo, non si tratta di una storia ormai sepolta. Perché in Cina il Partito Comunista è ancora alla guida del Paese, il mao-capitalismo è il mix che guida il paese più popoloso del mondo e la memoria del dittatore cinese è ancora in auge. La repubblica impopolare cinese è il più grande paese al mondo in fatto di pena di morte, prigione per i dissidenti, repressioni feroci e atroci torture, abolizione della libertà di stampa, aborti di massa, uccisione di cani e gatti, sfruttamento minorile e femminile, esperimenti barbari, inquinamento ambientale (seppur ora si vuol rimediare).

La Cina è il paese che ha avuto il comunismo più sanguinario del mondo eppure si definisce ancora comunista; è l’unico paese al mondo dove una rivoluzione culturale è costata decine di milioni di vittime, sradicando una civiltà millenaria, perseguitando la civiltà tibetana e tutte le religioni e tradizioni capitate a tiro, cattolici inclusi.

Nel confronto con gli stermini cinesi, persino la rivolta d’Ungheria e i massacri di Stalin sembrano espressioni moderate. Pure Hitler, il peggiore d’Europa, al cospetto di Mao sembra un dittatore non violento… E vedere quel che succede oggi a Hong Kong fa risalire nefasti ricordi di quel passato che si è spinto fino a trent’anni fa, a Piazza Tienanmen.

Al tempo di Mao, a dar loro l’indulgenza intervenne il cinico Andreotti quando osservò che i cinesi sono un miliardo di formiche, dunque è comprensibile che i massacri avvengano in quelle proporzioni: come dire che uccidere una persona a Napoli sovrappopolata è infinitamente meno grave che ucciderla a Talamone che ha 250 abitanti. La vita umana è questione di densità e i cinesi vanno via come le patatine, una tira l’altra.

Rifacendo la storia di quegli anni, i media ricordano il grande balzo in avanti, i progressi della Cina d’oggi figlia della Cina di Mao. Adottando il peggior cinismo capitalista, nel nome dello sviluppo industriale i filocinesi di ritorno passano su milioni di morti, considerandoli come inevitabili incidenti sul lavoro. Di sangue umano è lastricata la via di Pechino, però che belle strade, dicono i sullodati, dimenticando il materiale umano di cui sono fatte.

Ma la cosa che più disgusta è l’intoccabile rispettabilità di cui gode quel vasto ceto di intellettuali che s’infatuarono della rivoluzione cinese e passarono sopra milioni di morti, crimini abominevoli, per ammirazione delle biciclette, delle casacche, delle nuotate di Mao in un fetente fiume giallo (ed era pure un fotomontaggio), e per devozione di cento demenziali pensierini infinitamente più stupidi dei proverbi delle vecchie nonne di campagne. Erano tanti ad amare la Cina di Mao e passano pure per libertari perché loro criticavano l’Urss e lo stalinismo… Ma quel che è peggio è che i tanti non erano ma sono; sono là, alla guida culturale, televisiva e civile del nostro paese, con la patente conseguita il 68. Ve ne cito un grappolo pieno di lacune: Dario Fo, Adriano Sofri, Umberto Eco, Furio Colombo, Barbara Spinelli, Michele Santoro, Sergio Staino, Maria Antonietta Macciocchi, Franca Basaglia, Paolo Flores d’Arcais, Alberto Jacoviello, Mario Capanna, Renato Mannheimer, Dacia Maraini, Paola Pitagora, Marco Muller, Marco Bellocchio, Michelangelo Antonioni, solo per limitarci a citare alla rinfusa alcuni italiani. E interi gruppi, dal Manifesto a Servire il popolo, dal Movimento studentesco a Lotta Continua e al Psiup, persino molti cattocomunisti democristiani, più case editrici, fondazioni, cattedre universitarie. Tutto il ’68 fu un monumento entusiasta alla Cina di Mao: mentre le guardie rosse spargevano terrore, loro condannavano come repressiva la polizia italiana e il governo del terribile dittatore democristiano Mariano Rumor… Fior di scrittori, preceduti da Malaparte, contribuirono a far crescere questa fama: Moravia, Sanguineti e Parise, per esempio.

Ora, i reati d’opinione non ci debbono essere per nessuno (e non solo per loro, beninteso). Ma passare in cavalleria quei giudizi deliranti come piccole licenze poetiche di gioventù mi pare esagerato. Eppure vediamo inneggiare ancor oggi alla Cina di Mao, dimenticando quella storia agghiacciante che, oggi appare un ormai trascurabile dettaglio. Ricordiamoci invece della storia, dei suoi orrori e degli abbagli nefasti dei nostri “intellettuali” e militanti progressisti.

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