Il kamikaze Conte e lo scellerato Salvini, torna la coppia bipopulista

Mario Lavia

Il grillino ha alzato la palla e il leghista ha schiacciato, entrambi hanno posto fine al governo. Chi ha meno di tutti da festeggiare è il Partito democratico che ha inseguito per mesi un mediocre ed egoista avvocato per ritrovarsi col nulla

Alessia Orro è la palleggiatrice della nazionale italiana femminile di pallavolo, quella che ha appena stravinto la National League, di cui Paola Egonu è la formidabile schiacciatrice. A volley l’intesa tra palleggiatrice e martello è decisiva. E anche in politica. Se Giuseppe Conte non avesse alzato la palla, Matteo Salvini non avrebbe potuto sparare la botta finale che ha chiuso la partita del governo Draghi. Gli altri sono stati dei comprimari, chi più chi meno.

La verità è che ieri (ma ieri, o era tutto già deciso?) si è ricomposto l’arco gialloverde che con alti e bassi ha dominato la legislatura più scombiccherata della storia repubblicana malgrado lo sforzo titanico di uno statista come Mario Draghi e l’intelligenza politica di Sergio Mattarella per restituire credibilità al nostro Paese.

È Conte, il mandante dell’assassinio del governo Draghi. Salvini, con tutta la triste brigata del centrodestra (dove sono i moderati, a parte Mariastella Gelmini, che ha lasciato Forza Italia, e Andrea Cangini, che ha votato la fiducia?) ha fatto quello che sa fare meglio, l’esecutore materiale.

È Conte che si è vendicato della sua cacciata ai tempi della penosa ricerca dei Ciampolillo e dei Mastella, ma è un Conte che ha ben poco da festeggiare: il Paese sa con chi deve prendersela per le gravi conseguenze cui si va incontro ora che non c’è più un governo in piedi, e comunque difficilmente crederà a un partito spappolato, ormai pallido ricordo del Movimento che bene o male voleva cambiare la politica ed è finito nella risacca più fetida dello stagno.

Non può festeggiare una destra con la bava alla bocca per la visione di una vittoria elettorale peraltro ancora tutta da conquistare: chi glielo va a dire, ai piccoli imprenditori del Nord o ai disoccupati del Sud, che ora si butteranno al vento miliardi e miliardi? È la solita destra che il vecchio Silvio Berlusconi incoraggia ad agire nel modo più istintivo, animalesco, ferino, è la destra leghista in cui sparisce Giancarlo Giorgetti e i mitici governatori del Nord, è la destra di Ignazio La Russa ghignante per l’ingovernabilità del Paese.

E certo chi ha meno di tutti da festeggiare è il Partito democratico, che ha inseguito per tre anni il fantasma di un compagno che si è rivelato un problema per la sicurezza del Paese, un freddo killer della più importante esperienza riformatrice da anni a questa parte.

Avevamo scritto che il congresso del Pd è cominciato, e se n’è avuta una brutta conferma ieri quando il Nazareno ha sentito il bisogno di prendere le distanze da Marianna Madia, rea di aver detto una cosa che dovrebbe essere lapalissiana – mai più con i Cinque Stelle di Conte – il che evidentemente invece è ancora una bestemmia per i thailandesi alla Andrea Orlando o Peppe Provenzano, cui non è bastata la mossa politicamente eversiva di quell’avvocato che li sta mandando a casa.

«Una giornata di follia», ha detto ieri sera un mesto Enrico Letta che ha criticato «i bizantinismi» di un epilogo pasticciato al limite del raccapricciante, che però proprio il Pd non ha avuto la lungimiranza di prevedere e tantomeno di sventare. I dem ieri parevano suonati, increduli che intorno a loro il mondo crollava, a un certo punto il segretario ha visto Giuseppe Conte e Roberto Speranza, i vertici di un campo largo di cui non si dovrebbe più sentir parlare, mentre è emersa anche tutta la minorità numerica dei riformisti: tranne Italia viva, si sono squagliati tutti.

Sì, è stata una giornata particolarmente umiliante per chi ama la lotta politica limpida, tutta un susseguirsi di bugie e trucchetti infantili (ma a che è servito il voto di fiducia finale, con soli 95 sì al governo?), un «reality show» – dice Renzi – in cui tutti hanno attaccato tutti come in quelle orrende famiglie all’apertura del testamento del padre di famiglia dove ci si rinfaccia di tutto e di più.

E lui, Mario Draghi, mai così nervoso da quando è asceso alla guida del governo ma limpido nel suo rievocare questo anno e mezzo, al principio costruttivo e fattivo e poi via via sempre più slabbrato, fino alle pugnalate finali del mandante Conte e dell’esecutore Salvini. Lui, Draghi, il migliore che resta il migliore, sgambettato dal M5s non ci si ricorda nemmeno più esattamente perché: probabilmente è caduto per un complottone ideato da tempo o come minimo perché la destra si è infilata nella crepa aperta dall’avvocato del populismo, un uomo che non avendo ormai molto da dire ha preferito fare il kamikaze: solo che sotto le macerie non c’è solo lui e il suo Movimentino ma un Paese improvvisamente senza governo e che andrà al voto probabilmente il 2 ottobre, appena iniziato un imprevedibile autunno italiano.

Da Linkiesta

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