Il grande bluff delle dimissioni di Luigi Di Maio

Di Nicola Biondo

Questa volta non è uno scherzo, Luigi Di Maio una strategia ce l’ha. E nelle stesse ore in cui lascia la carica di capo politico ha messo sulla scacchiera le sue pedine dando il via a una nuova partita, la sua. Qui possiamo dargli un titolo: lascia e raddoppia.

Troppo incancrenita la situazione per restare, troppi nodi ingarbugliati, troppi colpi da parare. Dopo l’elezione del 2017, plebiscitaria e senza nessun vero competitor, il ministro degli Esteri ha capito di aver bisogno di una nuova legittimazione. Ed ecco allora il colpo di teatro, «sono io a dimettermi, e vediamo chi tira fuori la testa e cosa vuole fare del Movimento». Una sfida dunque. Pensata a lungo. Così a lungo che nel suo stesso staff non tutti erano d’accordo. Altro che addio, è un arrivederci a una data precisa, in un luogo preciso: marzo, agli Stati generali di quello che ancora chiamiamo Movimento e invece è un partito: PDC, il partito DiMaio-Casaleggio. Lo dice chiaramente nella conferenza stampa: «Io ci sarò».

Luigi Di Maio non è l’ex-capo politico: rimane il co-fondatore del brand made in Casaleggio. Ed è con Davide che ha compiuto la scalata, passo dopo passo, fino a dividersi casella dopo casella tutti i posti disponibili nella nomenklatura a Cinque stelle. Si è disfatto, alcuni dicono «con gioia», delle eterne diatribe assembleari per ritornare dopo che il campo sarà “pacificato”. E intanto vedere l’effetto che fanno le sue mosse. Ha giocato a specchio nelle ultime settimane di stillicidio a mezzo stampa – si dimette? non si dimette! – ha osservato il campo. I parlamentari criticano Rousseau? E io tolgo i fondi alla creatura di Casaleggio. Un pannicello caldo, ovvio: il ruolo di Casaleggio rimane al momento inamovibile. Segnare i confini. Di Maio ha fatto sapere di aver proposto a Chiara Appendino un ticket insieme. Bella mossa. La borghese Appendino in caduta libera a Torino ma sempre nel cuore dei fan e sopratutto dell’altro co-fondatore. Questi due mesi che ci dividono dal primo vero, fisico, congresso a Cinque stelle saranno per lui un allenamento. Ci saranno sfidanti? E su quali basi?

La risposta che arriva dal corpaccione del gruppo parlamentare e pressoché univoca. «È pura tecnica e tattica, Luigi sa che non c’è una leadership alternativa. Entrerà agli stati generali al pari di tutti, riposato e con la struttura nelle sue mani per poi essere confermato». Cambiano le parole, di parlamentare in parlamentare, ma il senso è questo. E c’è chi aggiunge: «Il Movimento è di quei due, non ci sono dubbi». Ecco, se ci fosse davvero un’opposizione interna, radicale, l’obiettivo, il bersaglio “grosso” sarebbe proprio Casaleggio, il Dominus che si definiva «un tecnico che dà una mano». Non ci crede più nessuno. Ma chi potrebbe riuscire a staccarsi dalla Casa Madre, da Rousseau? Chi riuscirebbe a conquistare le centinaia di firme per innescare uno scisma contro il Papa milanese? Chi potrebbe avere i numeri per imporre a Casaleggio sui suoi server il distacco?

È più facile immaginare che il Dominus decida di cambiare il suo frontman, il suo amministratore delegato. Perché tecnicamente è impossibile separare Rousseau dal Movimento. Mentre i fari stanno puntati a Roma, come sempre le cose del Movimento succedono a Milano. Ed è lì che bisogna guardare.

Di Maio ha tanti vantaggi, oltre ad essere il co-fondatore. Non solo ha la struttura dalla sua parte, non solo conosce il “suo” partito come nessuno, non solo ha Casaleggio dalla sua parte.

Ma il vantaggio più grande è la legge elettorale prossima ventura per la quale ha stretto un accordo di ferro con Nicola Zingaretti. Il sistema proporzionale fortifica il suo progetto: nessuna alleanza strategica con il Pd, nessuna scelta di campo come vorrebbero in tanti, fare del Movimento l’ago della bilancia. È questa la linea. Di Maio non ha mollato, si è preso due mesi di tempo per strutturare il Movimento e farlo diventare sempre più suo. Certo, il sistema mediatico è in grande spolvero.

Prima inventa Conte come statista, poi le Sardine come soggetto politico. Il terzo capolavoro sarà far diventare il Movimento una costola del Pd. O il Pd una costola del Movimento. Di Maio avrà buon gioco con queste carte nell’assise di marzo. La stella di Giuseppe Conte presto o tardi calerà. Rimane a Palazzo Chigi per una serie irripetibile di emergenze e coincidenze. Ma davvero alzi la mano chi immagina che Di Maio possa abbandonare la politica alla scadenza del suo secondo mandato, ben prima di aver compiuto 40 anni.

Da Linkiesta

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.