Il governo Draghi inizia a rallentare.

 Come sempre la manovra economica si rivela uno dei passaggi più travagliati, per il governo e per la sua maggioranza. Cosa ovvia per i governi politici, ma una anomalia per quello di Draghi, nato all’insegna del decisionismo. Intendiamoci, non un decisionismo muscolare e fine a se stesso, ma necessitato dagli impegni dettati dal Pnnr. Dopo la partenza lanciata, si notano segnali evidenti di rallentamento, compreso il ritardo nell’approvazione della finanziaria, anche se il ritardo si verificava pure col governo Conte, che doveva prendere decisioni meno impegnative. Non è solo un problema di tempi e quindi di credibilità verso i nostri creditori, ma pure di qualità delle decisioni, che sono spesso giuste, opportune, ma non radicali come dovrebbero essere. Si parli di pensioni, reddito di cittadinanza, giustizia o liberalizzazioni. Le difficoltà dei partiti a comprendere la nuova realtà, cioè che se le cose non si fanno in fretta e bene i soldi svaniranno, costringe Draghi a continue mediazioni ed a qualche rinvio, che ne mettono in luce le capacità politiche, quelle tecniche erano già note, ma non giovano al Paese. Pensiamo alla decisione politicamente anche comprensibile, di rinviare proprio al Parlamento la discussione sui 8 miliardi di riduzione fiscale, evitando di scegliere a monte se destinarli più al cuneo, come chiede il centrosinistra o a rafforzare la flat tax, come chiede il centrodestra. Oppure se aumentare i salari o ridurre il costo del lavoro. Non crediamo che ciò sia dovuto alla discussione sul Quirinale, cui il premier, tirato pubblicamente in causa anche da autorevoli esponenti del suo governo non si è sottratto, confermando implicitamente di essere in corsa. Per quanto riguarda il Quirinale, Draghi non ha bisogno di conquistarsi i voti o le simpatie di nessuno. La questione è semplice, a decidere sarà la situazione legata agli impegni del Pnnr, le pressioni dell’Europa e degli alleati e la capacità quasi nulla dei partiti di trovare una soluzione diversa, al netto del rinnovo di Mattarella. Personalmente penso che la soluzione migliore sia che Draghi vada al Quirinale, dove per un settenato, potrebbe garantire i conti e gli impegni dell’Italia, certo che una volta eletto non scioglierà di certo le camere e questo governo proseguirà con un altro premier, anche se la Lega dovesse sfilarsi, commettendo un errore fatale. Se ciò non accadrà, probabilmente alla fine della legislatura Draghi troverà collocazione in Europa o in una istituzione mondiale e la sua carriera proseguirà, mentre l’Italia avrà perso il suo avvocato, per ritrovarselo come controllore. Un arbitro che sarà per forza di cose severo, per non essere accusato di partigianeria. Per ora con una maggioranza inconsapevole dei tempi che stiamo vivendo il premier non può fare altro che amministrare al meglio. Certo esiste un rischio di normalizzazione, proprio nel momento in cui i progetti del Recovery devono essere realizzati, ma la colpa non è del Premier, bensì di dirigenti politici mediocri e convinti che si possa tornare a prima o che la politica della spesa facile, figlia della pandemia, durerà all’infinito. Certo da qui alla fine della legislatura il governo rischia di logorarsi e rallentare l’azione riformatrice, ma solo gli stolti possono credere che sia Draghi a logorarsi come un Conte qualunque. Chi si troverebbe, come sul dirsi, col culo per terra non sarebbe il Premier, ma il Paese e pure i partiti.

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