Il Fondo Salva-Stati rischia di affondare l’Italia

Siamo presi da mille problemi che non trovano soluzione, a causa di una classe politica perennemente in campagna elettorale e di un governo diviso su tutto, che sconta il crollo del partito maggiore, i 5 Stelle. Per cui non si sta seriamente riflettendo su cosa significhi per l’Italia la riforma del Fondo Salva-Stati (Mes). Certo abbiamo il problema dell’ Ilva, che se va bene vedrà Mittal rimanere a spese dei contribuenti, con nuovi aiuti economici e nuova cassa integrazione, mentre il governo finge di ignorare che gli esuberi non torneranno al lavoro e che sarà già un miracolo se la vicenda non andrà a finire come quella Wirpool. Abbiamo il crollo del ponte sulla Torino- Savona che riporta di attualità il tema delle concessioni e dello stato delle nostre strade e autostrade, con i 5 Stelle che sparano ai Benetton, mentre pretendono che questi ultimi salvino Alitalia, avviata verso il fallimento. Però si tace sulle responsabilità politiche dei ministri dei governi di centro-sinistra, da ultimo l’attuale capogruppo del Pd, Graziano Delrio. Ascoltiamo ogni giorno deliri da decrescita infelice, mescolati a moralismi ipocriti. L’Italia affonda, seppure al canto di Bella ciao, immersa in questo marasma, allietato dall’ebbrezza delle piazze piene di sardine, che supponiamo nuotino agevolmente in un Paese finito sott’acqua. Però questa storia del Mes rischia di essere un ciclone. A difenderlo integralmente, oltre al premier Conte che lo ha (si fa per dire) negoziato, è rimasto solo il ministro filologo del Tesoro, Gualtieri, mentre vere e proprie stroncature sono arrivate da Paolo Savona, presidente della Consob, da Banca d’Italia per voce del governatore Ignazio Visco, dagli economisti Vladimiro Giacchè e  Giampaolo Galli, membro dell’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli.  Gli strumenti messi a disposizione dalla nuova troika formata dal board del Fondo Salva-Stati, dalla Commissione Ue e dalla Bce, rischiano infatti di avere condizioni così stringenti da rendere il meccanismo inefficace proprio per gli Stati che ne avrebbero maggior bisogno. Come offrire le medicine a chi è sano e negarle invece a chi sta per morire, nei giorni in cui la Grecia celebra l’apoteosi del suo “salvataggio” che ha sì portato il surplus di bilancio al 3,5%, ma servizi e sanità sono allo sfascio.

I Paesi che ora come ora potrebbero far richiesta al Mes per assistenza sarebbero, secondo il think tank Bruegel, solo dieci su 19 nell’area euro. Resterebbero fuori quei Paesi (Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo tra gli altri) che non presentano le condizioni di due anni di deficit sotto il 3% del Pil e soprattutto di un debito sotto il 60%. La madrina della riforma è la Germania, che non avrebbe d’altro canto problemi a ricorrevi qualora uno choc colpisse il suo sistema, ad esempio nel caso di deterioramento definitivo del sistema bancario incentrato su Deutsche Bank. Sempre più in crisi e ora intenta a giocare la carta dell’automazione per tornare su livelli elevati di redditivà, mentre licenzia migliaia di dipendenti e il titolo ha perso il 60% di capitalizzazione. Pure Commerzbank ha dimezzato il suo patrimonio, mentre le banche dei Lander sono addirittura state sottratte al controllo della Bce. In caso di crisi del sistema bancario tedesco, il Fondo potrebbe intervenire, pure coi nostri soldi a salvarlo, come già accaduto per le banche spagnole. Se invece si verificasse una crisi del debito italiano, il fondo non potrebbe intervenire, se non dopo una ristrutturazione del debito. In parole povere. dopo un haircut, un taglio del valore dei titoli. A queste condizioni non solo salirebbero gli interessi sul debito, assieme a Cds, le assicurazioni su di esso, ma si ridurrebbero i compratori e soprattutto le banche italiane dovrebbero smettere di comperare i titoli di Stato, come ha detto chiaramente il presidente dell’Abi, Patuelli. La rarefazione degli acquirenti favorirebbe inevitabilmente la speculazione e aumenterebbe in maniera esponenziale il rischio di shock finanziari. Se L’Europa vuole davvero viaggiare verso l’unità, deve andare verso la condivisione del debito. Oppure il Fondo deve poter intervenire sempre, seppur dettando regole di disciplina finanziaria, visto che l’inflazione, grazie alla globalizzazione e alla tecnologia, resterà bassa così come i salari, con buona pace dei profeti del rilancio dei consumi interni. Pure la crescita in Europa resterà bassa e per l’Italia bassissima o addirittura negativa. se prosegue la politica sciagurata di aumentare il debito, in questa finanziaria detta di risanamento, ce ne accolliamo altri 16 miliardi, mentre prosegue la deindustrializzazione, il rischio di una crisi del debito diventa più una certezza, che una probabilità. Vogliamo l’euro e l’Europa, ma evitiamo di farci prendere per i fondelli, mentre ci balocchiamo con le sardine, cantando Bella ciao.

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