Il coraggio di dire che saremo più poveri

Prima o poi bisognerà che qualcuno trovi il coraggio di dire agli italiani che saranno più poveri, anche se penso che la gente nella sua saggezza già lo sappia. Solo non saprei chi dovrebbe dare l’annuncio, non i politici, che continuano a promettere nuove pensioni, nuovi bonus e nuovo deficit, insomma, che la cicala continui a cantare, fino a che non finirà l’estate. Non una classe di burocrati e dirigenti pubblici, complici dei politici nello sfasciare lo Stato e neppure la società civile, dove regna la divisione tra chi, grazie alla globalizzazione, si ingrassa e chi s’ incazza perché perde ruolo e potere d’acquisto. Forse ce lo dirà il tempo, che come il generale inverno, è lento, ma non perde mai una battaglia. Di certo alcune cose le sappiamo: l’Europa è stata fino a pochi decenni fa la padrona del mondo, dividendo questo potere con gli Usa, dopo la seconda guerra mondiale. Nascere bianchi ed europei era un vero colpo di culo, ancora oggi il 50% del welfare mondiale è in Europa, solo che il centro del mondo si va spostando, dopo tanto tempo, verso l’Asia. Là c’è la fabbrica del mondo, là i grandi mercati, là la tecnologia e con il riarmo del Giappone, là la forza militare. L’impero russo sarà un impero locale e solo gli Usa e i loro alleati asiatici lotteranno con la Cina per la supremazia mondiale. Mentre la vecchia, cara Europa, piena di Capitali imperiali, Londra, Parigi, Madrid, Vienna, Mosca, non riesce a far altro che quello che ha sempre fatto: dividersi, visto che non è più conveniente fare guerre. Mentre occorrerebbe più Europa, sono sempre più forti le forze che vogliono la frammentazione, prima gli iugoslavi, poi cechi e slovacchi, poi valloni e fiamminghi, infine scozzesi, irlandesi e catalani e non è finita, abbiamo due Macedonie, due Albanie e via dividendo. Un po’ ci si divide per diversità etniche e religiose, molto per denaro, se questo cala, ognuno ne reclama di più. Eppure i nostri concorrenti, in quanto a diversità, non scherzano: pensiamo all’India e agli stessi Usa, ma ragionano in termini planetari, sanno che il vecchio ordine coloniale è saltato. Oltretutto l’Asia è un continente dalle culture millenarie, antecedenti alle nostre, inglesi e francesi lo trasformarono nella periferia del mondo e ora quelli stanno confinando noi alla periferia. L’Europa è vecchia, forte nella manifattura, ma inesistente nelle nuove imprese originate da internet, negli studi genetici e nelle intelligenze artificiali. Nella finanza, nelle banche e nel farmaceutico, teniamo il passo grazie alla forza della Svizzera che è in Europa, ma con un solo piede. E l’Italia? E’ la periferia della periferia, perdiamo forze giovani e qualificate e importiamo africani, competiamo ormai solo sul costo del lavoro, con la lodevole eccezione degli esportatori, che innovano processi e prodotti, ma si tratta sempre di scarpe e stoffa, come nel passato remoto e remotissimo. Chi lo dice a chi è giovane adesso, che il suo orizzonte è buio, a meno di non emigrare, agli anziani che il welfare è una bella favola, che però per usufruirne bisogna pagare? Chi lo dice agli italiani che stiamo tornando indietro ad anni dimenticati e che si sta formando una nuova leva di rentier, una volta erano i nobili proprietari di terre, oggi sono i proprietari del denaro, che serve solo a produrne altro, non investimenti, non lavoro, solo reddito? Che i ricchi diventano ricchi e sempre meno numerosi e soprattutto più vecchi. Si può chiedere a dei vecchi di progettare il futuro? Insomma, lì si ritorna, alla vecchia Europa, formata da paesi vecchi, pieni di vecchi, con pochi ricchi e sempre più poveri, che fanno parlare la politica solo al presente:: pensioni, pensioni, pensioni, ma anche i vecchi vivono male, senza che ci sia un futuro.

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