Il centro-destra è perfetto per l’opposizione, ma non è pronto per governare.

L’opposizione di centrodestra va in piazza dopo i mesi del lockdown con  una manifestazione ben organizzata e diversa da quella arruffata e confusa nei modi e nei toni del 2 giugno

Salvini, Meloni eTajani fanno poca fatica a polemizzare col governo, è evidente che l’esecutivo e la maggioranza sono paralizzati, incapaci di decidere sui vari dossier, fino al paradosso che a fine luglio il ponte di Genova sarà finito e non si saprà chi deve gestirlo, mentre la Liguria è di fatto isolata, solo perché non si decide sulla concessione ad Autostrade. Non è difficile per Salvini e la Meloni picchiare duro sulla mancanza di strategia e di coesione della maggioranza. Forza Italia si accoda, perché debole nei numeri e incapace di far valere il suo enorme peso politico.

Si può quindi convenire sul fatto che il centrodestra visto a Roma sia in ottima forma  i voti che perde la Lega vanno a Fratelli d’Italia e sempre secondo i sondaggi il raggruppamento passa dal 37% delle politiche a circa il 46%.Inoltre la coalizione si presenta coesa anche alle regionali di settembre, pur con candidati non nuovi come Caldoro in Campania e di ciò pagherà pegno, ma è comunque un passo avanti alla maggioranza che pure presenta vecchi arnesi come De Luca e si divide quasi ovunque a causa dell’evanescenza politica dei 5 Stelle.

Dato a Cesare quel che è di Cesare, resta il fatto che il centrodestra sia perfetto nel ruolo di opposizione, ma poco pronto ad accedere al governo, visto che la richiesta di elezioni, al momento appare velleitaria e come il governo, l’opposizione manca di una credibile proposta di governo, di un piano che guardi al futuro e di una piattaforma liberale, che superi con coraggio l’assistenzialismo dell’attuale maggioranza. Se non si investe tutto il disponibile nel mantenimento delle filiere produttive, se non si mette un termine all’assistenzialismo sprecone, vedi navigator, se non si rivedono quota 100 e reddito di cittadinanza, nel 2021, col crollo della produzione e conseguentemente delle tasse, avremo seri problemi di cassa. I fondi europei saranno condizionati a progetti e quindi in gran parte non usufruibili per incapacità comprovata di progettare e spendere anche i fondi che già abbiamo.

Il centrodestra dovrebbe tenere i suoi Stati generali ed elaborata una piattaforma di riforme improcrastinabili, chiamare la maggioranza al confronto e ove ciò non fosse possibile , presentarsi al Paese con un programma preciso su riforma fiscale, burocratica, della giustizia ecc…Magari anche con una comune idea di riforma elettorale maggioritaria, il ritorno al proporzionale è una sciagura per l’Italia.

La riprova di questo “vuoto” è la presenza di un fantasma chiamato Mes

con FI pronta a votare con il PD il ricorso allo strumento europeo di finanziamento e gli altri partiti di destra assai più in sintonia con i grillini. Ora il Mes in sè non è una gran cosa, considerando inoltre che può essere usato solo per spese sanitarie, sarà pure difficile prenderlo tutto subito, data la nostra incapacità a spendere. Forse non è neppure necessario prenderlo o prenderlo per intero, ma accettarlo, che ripeto non significa necessariamente usarlo, cambia l’atteggiamento del centrodestra verso la costruzione europea ed indebolisce il sostegno al governo attuale.

La divisione sul Mes diventa fatto politico di prima grandezza poiché nasconde una divisione strutturale sull’idea stessa dell’Italia, sui programmi da attuare nei prossimi anni e sul come finanziarli. In un rapporto non evitabile con l’Europa che seppur lentamente si muove verso la socializzazione del debito e speriamo verso politiche fiscali comuni, senza le quali l’euro e l’unione bancaria restano costruzioni incomplete

Senza una evoluzione europeista e liberale  (non si possono elogiare le posizione del Presidente di Confindustria Bonomi e non dire una parola sul ridisegno del Welfare e sui tagli alla spesa improduttiva), il centrodestra continuerà a mietere successi elettorali, uscendo magari rafforzato dal voto regionale, ma non pronto per governare la più grande crisi del dopoguerra.

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