Il bipartitismo non è connaturato al paese Italia

 Gira e rigira, si torna al punto di partenza. A dieci anni dalla nascita del Partito Democratico, si torna a parlare di Ulivo. Ma si percorrono strade di divisione, posto che a sinistra sembra nascere un’area Pisapia contrapposta al PD e al centro c’è disorientamento e inquietudine, peraltro fino ad ora un po’ scomposta e ambigua. Colpa del “renzismo”? Non ho mai nascosto le mie critiche , spesso dure ma sempre motivate , a Renzi – anche quando era osannato da tutti o quasi  pure a Reggio Emilia-  ma non mi sentirei di risolvere la questione in questi termini. Occorre una riflessione più profonda e più sincera. Tre mi pare siano i punti essenziali di questa riflessione, che l’esito della tornata amministrativa conclusasi domenica con i ballottaggi – per quanto sia sempre difficile tirarne conclusioni immediate per il quadro nazionale – sembrano confermare. Primo. L’Italia non è un Paese bipartitico. Per quanto ci si sbizzarrisca con l’invenzione di sistemi elettorali che spingono in questa direzione, è come riempire una bottiglia forata. La “reductio ad unum” non funziona. Secondo. L’Italia è un Paese “plurale” per natura. La sua struttura sociale, culturale e territoriale, la sua stessa storia di Nazione presuppongono una logica di tipo cooperativo. Pluralità dei soggetti e loro aggregazione attorno ad obbiettivi di bene comune sono i due elementi costitutivi di ogni strategia. Quando lo spirito unificatore latita, ciò si traduce in particolarismo e localismo; quando esso è vigoroso e capace di evocare una visione, ciò si traduce in comune assunzione di responsabilità. Terzo. L’Italia ha bisogno del software rappresentato da culture politiche vive, visibili, organizzate. Altrimenti l’hardware (potremmo dire: il potere, l’amministrazione, le dinamiche economiche) finisce per diventare apparato sempre più lontano dal sentire comune anziché strumento per la affermazione di visioni condivise del futuro. Il cinismo, l’opportunismo, il conformismo prendono allora il posto della testimonianza delle idee; la politica diventa un terreno arido. E la continua, quasi spasmodica ricerca di leader ai quali affidarsi – salvo poi rapidamente disconoscerli perché “non hanno fatto il miracolo” –  non risolve il problema. Personalmente, trovo del tutto inadeguato, rispetto a questi punti, il dibattito politico degli ultimi giorni. Noi dialoghiamo con tutti e seguiamo con interesse le varie iniziative che sono in corso dentro il campo democratico e popolare, ma sinceramente riteniamo che serva un surplus di analisi e di visione. Quanto al primo punto. Se l’Italia non è un Paese bipartitico, occorre che il PD assuma consapevolezza della propria “non autosufficienza”. Non so – e a questo punto non interessa molto – se la scommessa della sua costituzione è stata semplicemente gestita male o se invece era una scommessa sbagliata. Io non ho mai condiviso questa scelta ma la politica non si fa con le congetture a posteriori. Quanto al secondo. Se l’Italia è un Paese a vocazione “plurale”, occorre che questa vocazione venga riconosciuta e trovi uno sbocco, anche nella articolazione della politica (oltre che nella ridefinizione di un assetto autonomistico delle istituzioni e nel rilancio della partnership in luogo dello scontro tra gli attori sociali). Il rispetto della vocazione plurale in politica può esprimersi in vari modi: non è questione di tecnica elettorale, ma di sostanza politica. Si può immaginare una sola lista “coalizionale”, purché non sia semplice espressione di un partito che ingloba singoli figure “esterne” ma frutto di un patto politico tra diversi. Si può immaginare una pluralità di liste coalizzate prima (sarebbe preferibile) o dopo il voto, a seconda di quanto consente la legge elettorale. Quanto al terzo, forse il più difficile. Se l’Italia ha bisogno che le culture politiche riassumano un proprio rinnovato ruolo, occorre che esse siano visibilmente in campo. A prescindere dalla tecnica elettorale utilizzata: dentro contenitori elettorali plurali di tipo “coalizionale” oppure attraverso liste connotate da precisi riferimenti politici e culturali. L’importante è che le culture politiche ci siano: evidenti, vive, riconoscibili. E che tornino ad attingere alla fonte vera: che è quella della società, con i suoi valori, le sue ansie, le sue inquietudini. Sorge qui una questione vitale per i “popolari di ispirazione cristiana”. Definizione che non allude a questioni di fede, ma si riferisce ad una peculiare tradizione di pensiero e di presenza sul terreno laico del sociale e della politica, tutt’altro che confondibile nella definizione di “moderatismo” e dunque incompatibile con ogni suggestione di centro destra, a guida berlusconiana o salviniana che sia. Una tradizione che nei giorni scorsi è stata peraltro indirettamente evocata nel ricordo di due grandi preti: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Sappiamo quanto sono stati forti e radicali i mutamenti sociali e culturali di questi decenni. E quanto lo svolgersi degli schemi politici della cosiddetta seconda Repubblica abbiano messo in difficoltà la rappresentazione autonoma e autentica di questa cultura. Ma sappiamo anche che le principali sfide alla democrazia in questa epoca storica possono ancora vedere nel popolarismo di ispirazione cristiana un valido ed attualissimo punto di riferimento. Basti pensare ad alcune grandi questioni: la qualificazione “sociale e solidale” della democrazia; l’idea di una armonica composizione tra diritti individuali e dimensione comunitaria; l’aspirazione ad una visione autonomistica dello Stato Nazionale; l’opzione europeista; la promozione dei principi di sussidiarietà e la valorizzazione dei corpi sociali intermedi; l’esigenza che a fondamento della vita collettiva vi sia un solido umanesimo e non solo la composizione degli interessi materiali; la mediazione come attitudine intima della politica, risvolto di una idea “mite” dell’esercizio del potere. Se non vogliamo che la risposta più credibile al vento grillino (non illudiamoci che la pessima prova nelle comunali l’abbia definitivamente fermato) sia quella di un centro destra tutt’altro che morto e tutt’altro che veramente diviso (noi non lo abbiamo mai pensato), bisogna che il centro sinistra ritrovi la bussola delle proprie culture politiche di riferimento. I popolari di ispirazione cristiana hanno il dovere di uscire dalle catacombe, senza ambiguità e senza abiure della propria cultura ma con la sincera disponibilità a concorrere in forma organizzata alla ricostruzione di una proposta di rigenerazione della democrazia. Serve un nuovo “discorso al Paese”. Che esige  non “paraculi “  di giornata, ma coerenza, idee chiare, linguaggi nuovi, classi dirigenti che siano veramente credibili .

 

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