Gheddafi, se questo è un uomo

Tante morti invisibili e taciute, nella guerra di Libia; poco importanti, non facevano notizia. Alibi dei media: morti che andavano rispettate, non meritavano la berlina mediatica. La sua no, invece. Era necessario mostrare al globo la orribile macelleria sociale a parti invertite, stavolta: il popolo macellaio e il tiranno al macello, come un agnello indifeso. Diamo però la giusta parte agli attori di questo assurdo epilogo: il tiranno la gazzella, i ribelli i leoni, i falchi delle evolute democrazie d’Occidente i macellai, con l’aiuto dei media. Il tiranno ha torturato, il tiranno ha ammazzato, il tiranno non era un martire. Con quella morte e quelle immagini è diventato martire in patria, per quei falchi sarebbe stato meglio gettarlo in acqua per la sepoltura, come fu per Osama, per non permettere pellegrinaggi verso la tomba del beato rais. Non era un santo Gheddafi, come non lo sono coloro che sono scesi a patti con lui in questi quarantadue anni di tirannia globale, prima di questa fine indegna, che fa indignare le associazioni umanitarie, ma che non è poi così indegna per chi temeva le parole del Colonnello a processo, in vita, come sarebbe dovuto accadere nel rispetto del valore della vita di un tiranno, e della verità storica sui rapporti fra la Libia di Gheddafi ed il resto del mondo. Poteva perciò tacere, invece no: il falco d’oltralpe, proprio lui, non ha potuto fare a meno di acclamare alla ritrovata libertà dei libici e di predicare rispetto per il tiranno assassinato. Tanto si troverà un modo per spiegare ad Amnesty International e in sede ONU che il tiranno è morto in battaglia, in qualche modo, anche se le immagini dicono il contrario o non dicono; in caso contrario si proverà la responsabilità soggettiva dei ribelli libici, trascurando quella oggettiva di chi ha deciso per imperio l’invasione della Libia, a dispetto del diritto internazionale e del principio di sovranità dello stato assalito. Smetteranno di lagnarsi anche Russia e Cina, magari con una lauta ricompensa in oro nero, in origine preclusa ai non interventisti. E che dire di Mubarak? Poverino, quasi ci moriva alla visione di quello scempio, il suo cuore ha retto per un pelo, crisi isterica da memoria storica: gli saranno passati davanti agli occhi tutti i kapo d’Occidente che in questi decenni hanno preso accordi e fatto affari con la Libia come con l’Egitto, che insieme hanno svolto il prezioso ruolo di Muro d’Africa verso l’Islam, come quello di Berlino fu per il comunismo sovietico, con la differenza che lì c’era pure petrolio da mungere. Evidentemente in politica, come in economia, vige il principio di massimizzazione dell’utilità marginale di una strategia bellica, interventista o meno, al netto e a dispetto degli aspetti umanitari. Così in Siria si continua a trucidare, in Africa ad ammazzare, in Iran ad assassinare, in Cina a reprimere, ogni giorno, per una causa ingiusta almeno quanto quella che ha portato il tiranno di Libia ad essere ammazzato nel modo che tutti abbiamo avuto la sfortuna di vedere. Non ci sarebbe spiegazione plausibile per tale incongruenza, se la ragione dell’intervento in Libia fosse stata “meramente” umanitaria. Agli albori del potere Mu’ammar Gheddafi fu persona vile ed orribile con il suo popolo, come è stato uomo di stato coerente e coraggioso al tramonto dell’imperio, non sottraendosi ad una morte disumana nella sua patria, rifiutando l’esilio dorato ed andando a testa alta incontro al suo atroce destino, pagando con la vita i suoi mali e le sue responsabilità. Non è, questo, aspetto da trascurare, per chi ha memoria storica, consapevolezza del presente, senso dello stato e sapienza politica. E’ imbarazzante far paragoni, specie in casi come questo, ma togliamoci dall’imbarazzo pensando per un attimo ai potenti delle evolute democrazie d’Occidente che negli scorsi quarantadue anni hanno considerato Gheddafi un interlocutore ed un attore con cui fare business e politica; pensiamo per un altro attimo agli eredi di quei potenti che oggi – fuori dalla Libia, comodamente seduti sulla poltrona del potere – hanno permesso questa morte atroce. Chiediamoci che persone ed uomini di stato esse siano state e siano. Non certo per riabilitare il tiranno di Libia, ma per ricordare che questo tiranno era un uomo, come lo sono coloro che lo hanno ammazzato, sul campo o nella stanza dei bottoni, magari mentre un figlio veniva al mondo in un nido dorato, che decidono per una qualche stramba selezione darwiniana di non fare altrettanto con i restanti utili, pericolosi o troppo forti tiranni del mondo. Siamo di fronte alla vile roulette russa della storia, grilletto in mano al potentato di turno – americano, britannico o francese – pistola alla tempia del tiranno di turno, ieri forte e utile, oggi debole ed inutile, accoppato per ragioni umanitarie di turno, per una nuova democrazia di turno. Si sa chi fosse, in questo turno, il nemico giurato dei falchi; non si sa per certo chi siano e cosa faranno invece i loro amici libici, che dopo aver barbaramente trucidato il colonnello saranno chiamati alla ricostruzione democratica della nuova Libia (pare assurdo, ma è la verità) e a rimpinguare le tasche dell’Europa impoverita dalla crisi, che nel frattempo non si riesce proprio a gestire con dignità, umana e politica. Creare guai da risolvere in casa d’altri per dimenticare i guai irrisolti di casa nostra, posto che l’Europa lo sia, per noi italiani: forse anche per questo servono guerre come quelle di Libia, per questo non possono esserci simili situazioni in Cina, Siria, o Iran. Per tutti questi uomini-falchi e per i loro sventurati sudditi d’Occidente in regime di democrazia, l’augurio che dopo la primavera araba ce ne sia una anche in Occidente, non certo di pari cruenza ma almeno di pari speranza.

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