Gentiloni e l’Italia infelice

 Il primo ministro Gentiloni fa bene a ricordarci ogni giorno che l’Italia è uscita dalla recessione e che il Pil ha ripreso a crescere più del previsto, che l’occupazione è in ripresa e che il rapporto deficit-Pil sta migliorando. Allora perché nel Paese non si sentono canti di gioia e la gente non balla per le strade? Anzi predominano sentimenti di ansia, paura e scoramento. Le ragioni sono molte, ci limitiamo a ricordare che il ciclo economico positivo ormai è vecchio di una decina di anni e che noi abbiamo probabilmente preso la coda di una ripresa, comunque drogata dal denaro facile immesso dalle banche centrali. Che mentre molti altri paesi hanno recuperato il pil perduto nella crisi del 2008, noi siamo ancora sotto, che l’occupazione aumenta ma è guidata dai contratti a tempo determinato, che non esistono politiche attive del lavoro che consentano formazione e mobilità per chi lo perde. Che l’aumento delle  tasse locali ha bruciato i bonus, che la produttività non sale e che salari e pensioni sono al palo e  questo frena i consumi e che il nostro debito in termini assoluti continua a salire. Vi è poi il rovescio della medaglia dei tassi bassi: le famiglie non hanno più rendita finanziaria, chi ha dei risparmi mobiliari ha tassi inferiori alla pur bassa inflazione, ma incorporando nei portafogli un forte livello di rischio, per non parlare delle perdite subite dal patrimonio immobiliare, le case, che sono parte cospicua della ricchezza delle famiglie. L’insieme di questi e altri fattori determina un aumento delle disparità economiche, i ricchi che possono diversificare, diventano più ricchi, mentre gli altri non possono prendere il treno dei rialzi, ma pagheranno il prezzo dei ribassi, quando i mercati correggeranno. Alla piaga della corruzione e dell’evasione fiscale, si aggiunge quella di un Paese sempre più diseguale, non solo tra ricchi e poveri, ma anche tra lavoratori garantiti e no, tra pensionati privilegiati e sfortunati, tra giovani che ereditano o trovano un lavoro grazie alla famiglia e altri che possono solo emigrare o accomodarsi a salari da fame. Insomma, il Pil cresce, ma l’Italia decresce e complice anche una economia old, prevalentemente legata al costo del lavoro, non abbiamo neppure una decrescita felice.

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