Finalmente il Pd ha capito che Conte gli toglierà voti al Sud (e non solo)

Mario Lavia

Il segretario del Pd ha perso tempo a lisciare il pelo ai grillini, senza accorgersi che l’avvocato del plebeismo pescherà nel suo elettorato. Così dedica la fine della campagna elettorale a evitare che il disastro diventi una voragine

Contrordine compagni, ora bisogna evitare che Giuseppe Conte ci tolga voti. Con un ritardo inspiegabile il Partito democratico si è accorto che al Sud, ma poi non solo al Sud, l’avvocato del plebeismo Giuseppe Conte, metà Achille Lauro e metà Chavez, toglierà qualche voto alla destra ma anche e forse soprattutto proprio al partito di Enrico Letta, come probabilmente hanno spiegato al segretario durante la tappa napoletana dove i dem sembrano destinati al terzo posto.

Come volevasi dimostrare: aver magnificato il reddito di cittadinanza è stato un grande regalo all’avvocato che, a buon diritto, può rivendicare una legge che originariamente il Partito democratico aveva contestato, una misura che si sta rivelando il passpartout di Conte per entrare alla grande in Parlamento con i soldi dello Stato e rispetto alla quale il piano del Partito democratico, pur contenendo misure sensatissime, appare irrimediabilmente di scarso appeal – decontribuzione per i nuovi assunti, salario minimo, abolizione degli stage extracurriculari, equo compenso.

Non c’è partita: tra la realtà di soldi – pochi, maledetti e subito – e la promessa del Partito democratico vince la prima. Ecco perché Letta si è accodato allo slogan «il reddito di cittadinanza non si tocca» aggiungendovi una robusta promessa di assunzioni nella pubblica amministrazione, ma alla fine è come la vecchia storia dell’apprendista stregone musicata da Paul Dukas che tanti bambini hanno visto in Fantasia di Walt Disney.

Ricordate? Topolino mette in moto una magia che gli fa risparmiare fatica ma quando questa impazzisce non si ferma più creando un immane disastro. Ugualmente Letta-Topolino ha lisciato il pelo di Giuseppi lasciando senza combattere che questi mettesse in crisi il governo dello statista dell’anno Mario Draghi e concludesse l’opera rubandogli voti preziosi: e d’altra parte se Michele Emiliano va teorizzando che nei collegi votare Partito democratico o Movimento 5 stelle è uguale è chiaro che poi gli elettori potenzialmente dem si sentono liberi di barrare il simbolo di Conte. Un bel capolavoro.

Se tutto questo è vero, e se i risultati confermassero un Movimento in forte ripresa e un Partito democratico zoppicante l’avvocato del plebeismo lancerà un’opa sul Nazareno: volete ricostruire un’alleanza soprattutto in Parlamento per contrastare il governo Meloni? Bene, ci sono qua io a guidare le operazioni, sarà sotto la mia regia che potrà avviarsi, meglio se senza Letta ma magari un Orlando, un graduale processo di incontro fin dove possibile, una federazione, un patto di consultazione, chissà.

E un Partito democratico che uscisse tramortito dalle urne non potrebbe che subire le profferte avvocatesche, un po’ per inerzia un po’ per convinzione: dopo l’apertura di Stefano Bonaccini, il più “geloso” dell’autonomia del suo partito, è verosimile che ci starebbe tutto il Partito democratico, o quasi.

È il disegno di Conte sottovalutato da tutti, distruggere il quadro politico precedente per riacquistare la centralità perduta con un Partito democratico al guinzaglio, un machiavellismo che deve essere garbato anche a quel Beppe Grillo che considerava l’avvocato un incapace, per usare un termine gentile. Se la sera del 25 settembre si scoprisse che il Partito democratico si è suicidato sarebbe davvero l’eterogenesi dei fini, il mondo all’incontrario.

Si sarebbe dovuto annichilire l’antipolitica dei grillini con la politica della sinistra e accadrebbe il contrario, un esito imprevisto ma tutt’altro che imprevedibile, perché se reggi la scala a certi personaggi alla fine quelli scendono dalla scala e invece di ringraziarti ti puniscono.

È questa adesso la vera trincea del Partito democratico, le ultime ore della battaglia elettorale è dedicata ad evitare che il partito possa implodere e finire umiliato dai “barbari” che si era illuso di educare blandendoli, è una corsa per non finire nel burrone di una sconfitta storica laddove ogni tipo di iena è pronta a spolpare l’osso.

Dalla sua parte, è vero, ci sono centinaia di iniziative sul territorio – «ci siamo solo noi», dice Peppe Provenzano – e ora vale tutto, dagli appelli antifascisti della socialdemocrazia tedesca, che forse hanno dato più fastidio che altro, alla rincorsa dei grillini, a dimostrazione che adesso le “lepri” da inseguire sono due, Giorgia Meloni e Giuseppe Conte, ed è forse un po’ troppo anche per un combattente come Enrico Letta.

Da Linkiesta

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