Federalismo e partecipazione

FEDERALISMO2Spesso si confonde il federalismo verticale con la devoluzione orizzontale, un errore di concetto che potrebbe condurre alla rovina del federalismo. Devolvere le competenze dallo stato alle amministrazioni locali non rappresenta infatti il compimento della rivoluzione liberale, ma ben potrebbe rappresentarne, di per sé, l’ennesimo fallimento. Ci sono infatti amministrazioni locali più stataliste e accentratrici dello stesso governo centrale, fatto che rappresenta il peggiore dei mali per le comunità locali, che da quelle amministrazioni sono comandate, più che amministrate. Un governo centrale accentratore è infatti assai preferibile rispetto ad un governo locale padre-padrone, anche solo per un semplice fatto di distanze e prossimità, che nel primo caso consentono alle comunità locali, almeno, di respirare ed assolvere con limitati gradi di libertà alle proprie funzioni vitali. Non c’è infatti federalismo senza sussidiarietà, non c’è devolution senza che i governi centrali quanto quelli locali mettano al centro le ragioni ed i bisogni della gente, prima che quelli dello stato nei suoi vari apparati.

Altro grosso errore di concetto sarebbe tuttavia pensare che la svolta federale possa unicamente realizzarsi grazie ad una concessione dall’alto di governi centrali o territoriali, perché la rivoluzione federale è innanzi tutto fatto educativo e culturale, diventa possibile se radicata nella cultura e nel costume della gente. Anche il migliore dei sistemi federali sarebbe destinato al fallimento, infatti, in assenza di partecipazione popolare e di monitoraggio dell’azione politica delegata dagli elettori agli eletti in occasione delle consultazioni elettorali. A ben vedere, il fallimento delle rivoluzioni liberali nel nostro paese non è solo e tanto riconducibile a ragioni di tipo istituzionale, quanto proprio alla mancanza di cultura della partecipazione politica popolare, essendo stati gli italiani (male) abituati, dopo aver fatto il proprio “compitino” in occasione delle consultazioni elettorali, a delegare il loro destino agli eletti, con la conseguenza di farsi imporre dai governanti le soluzioni al loro vivere quotidiano, subendo la politica anziché esserne, come è ragionevole che sia, protagonisti.

Un bell’esempio di “democrazia dal basso” e di conseguente centralità del cittadino è quello che ci viene offerto dal sistema elvetico, fondato su un sistema referendario di tipo “propositivo” – amico sconosciuto all’avanzato sistema di democrazia italiano – quale strumento di democrazia diretta e di fattiva partecipazione del popolo al proprio progresso, capace di traslare scelte e decisioni politiche dagli eletti agli elettori, imponendo ai governanti di prendere atto della volontà dei cittadini e di operare al meglio per realizzare quella volontà.

Prendendo spunto dall’esempio elvetico e pur con i dovuti distinguo da “economie di scala e cultura” differenti, male non farebbe alla evoluta democrazia italiana ripensare alla attuale logica di referendum “passivo” – che ben rende l’idea di quanto lo democrazia italiana abbia a cuore la libertà e la volontà dei cittadini – per propendere per un sistema di consultazione popolare “proattivo”, restituendo al referendum la sua vera natura, che è quella di dare modo alla gente di proporre soluzioni legislative utili alla collettività. Il sistema dei referendum propositivi è desiderabile in quanto inverte il meccanismo di partecipazione alle decisioni, spostando il baricentro delle decisioni dallo stato alla società ed imponendo allo stato di operare al servizio dei cittadini, ben potendo in un simile contesto la società fare a meno dei partiti, che in un sistema virtuoso di democrazia diretta perderebbero, con buona probabilità, il loro significato ed il loro ruolo.

Al riguardo, utile è riprendere le parole del ministro Pagliarini, che nel corso del dibattito dello scorso 14 gennaio sul rapporto fra Società e Stato ha a sua volta replicato quelle di Gianfranco Miglio, il quale constatatava che in fondo gli schieramenti di destra, centro e sinistra acquisiscono valore solo nelle fasi di transizione da un vecchio ad un nuovo governo, poichè una volta al governo l’indirizzo dell’azione politica degli eletti è quello di fare gli interessi della gente, con spirito di servizio teso a soddisfare i bisogni dei cittadini, indirizzo che quindi non origina da un dictat politico o partitico calato dall’alto sulla società, ma dal recepire al contrario le istanze della collettività, secondo un approccio di tipo bottom-up.

Ma, ritornando alle premesse, non esistono approccio politici vincenti per la società senza partecipazione popolare. E’, infatti, questa partecipazione la pietra angolare della rivoluzione federale e sussidiaria, che speriamo prima o poi divenga realtà nel nostro paese, dopo le mancate promesse ed i fallimenti del passato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.