Fallimenti COOP: La colpa è all’esterno

Il botto del  fallimento di Unieco, grande cooperativa di costruzioni e altro, a Reggio Emilia si è sentito. Sebbene i fallimenti del mondo coop fossero stati già numerosi, la diga del silenzio aveva retto, anche di fronte a coop come Unibon, che si erano salvate consegnandosi al “nemico” capitalista, in questo caso al gruppo Cremonini. Per ragioni che non riesco a spiegarmi, i giornali locali hanno pubblicato intere pagine del fatto, riesumando anche il ricordo dei funerali precedenti. A difendere il bidone vuoto è rimasta la televisione delle cooperative di consumo, ma questo ci sta, neppure Repubblica mette in prima pagina i guai del suo editore. La reazione è stata composta, pure tra coloro che a torto o ragione si ritengono “truffati” per aver perduto i prestiti o il lavoro. Il sistema è così ramificato dopo settant’ anni di potere assoluto, che è facile avere parenti o congiunti ostaggio della ragnatela. Pure gli amministratori di Unieco hanno detto la loro: la crisi è dovuta alla caduta dell’immobiliare, alla depressione economica e alle banche, che non hanno sostenuto l’impresa. Sono le ragioni che in genere adducono tutti, privati e cooperative. Autocritiche, zero. E’ vero che la crisi si è abbattuta come un tornado sul mondo dell’edilizia e delle infrastrutture, sono falliti in molti, ma non tutti e soprattutto sono caduti i piccoli, spesso a causa degli errori e delle insolvenze dei grandi. Le coop cadono una ad una perché una classe dirigente di origine politica, si è rifiutata di ricercare la dimensione adatta alla globalizzazione per mantenere potere e soldi, gli stipendi dei capi erano di diverse centinaia di migliaia di euro. Nel movimento ci sono dirigenti che pur essendo in pensione, percepiscono duecentomila euro, più auto e rimborsi e non siamo sicuri che la base lo sappia. La dimensione è la ragione per cui ancora sono sul mercato Salini, Astaldi, Vianini (Caltagirone) e la Cooperativa Muratori di Ravenna. Unieco è caduta perché si diversificava senza diventare prima in nulla, perché aveva una struttura di back office da Kombinat Sovietico, un corpo pesante e gambe piccole, infine, vista l’entità del debito, ci stupiamo che le banche non abbiano chiuso i rubinetti prima. Renzi vuole una Commissione d’ indagine sulle banche, perché sa che siamo a fine legislatura, un modo per pararsi il culo, mentre il Pd votava il divieto di rendere pubblici i nomi dei creditori insolventi delle banche. Se farà la Commissione, scoprirà che De Benedetti con Sorgenia e le Coop fallite erano molto sostenute dalla banca del PD, cioè Mps. I commentatori di sistema spiegano che in fondo si tratta di fallimenti privati, che non costano nulla alle casse pubbliche, sarebbe vero se, a parte gli ammortizzatori sociali, lo Stato non dovesse salvare le banche, in gran parte situate nell’area rossa: Emilia, Toscana, Marche. E’ anche questa la prova, come per quelle venete, che il criterio meritocratico non si applicava neppure al credito, anche lì si giocava a calcetto, o meglio, a calcinculo. La prima cosa da fare sarebbe togliere i politici dalle banche. Fino a poco tempo fa la più internazionale delle banche italiane aveva quattro vice-presidenti, di cui almeno due del Pd e la prima banca italiana è controllata da uomini del Pd, nominati da Fondazioni controllate dal Pd. Vedremo se Renzi conserverà il coraggio anche dopo le elezioni. Dispiace vedere questa distruzione di storie, di passione e di lavoro,ma senza un’ operazione di verità e senza trasparenza, non vedremo giorni migliori, purtroppo solo nuovi funerali.

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