Fallimenti Coop e colpe del PD

Il botto del fallimento di Unieco, grande cooperativa di costruzioni e altro, a Reggio Emilia si è sentito ed ha avuto l’effetto di uno sciame sismico. Sebbene i fallimenti del mondo coop fossero stati già numerosi: Coopsette, Cormo, Ccpl, Orion, Muratori Reggiolo, la diga del silenzio aveva retto, anche di fronte a coop come Unibon, venduta a Cremonini o a Coopnordest che si è fusa con Estense ed Adriatica, nella speranza che tre debolezze, basta guardare i numeri, facciano una forza. L’ultimo botto ha fatto saltare il coperchio, i giornali locali hanno pubblicato intere pagine sul buco, 1,5 miliardi di euro circa tra Unieco e Coopsette, sui lavoratori che hanno perso il posto, sui soci che hanno perso i prestiti e sulle porte girevoli tra partito e cooperative. A difendere l’indifendibile è rimasta la televisione delle cooperative di consumo e qualche giornale pieno di pubblicità delle cooperative stesse. Tutti si sono accorti che le coop non hanno un fondo di garanzia, tolto dal governo Prodi e che solo poco tempo fa la Banca d’Italia ha imposto che il prestito non superasse di tre volte il patrimonio contabile. Pure il Vescovo di Reggio è intervenuto, invocando un ritorno alle origini delle cooperative. Infine il Pd ha aperto un “tavolo” per monitorare il problema e questa è francamente la più bella presa per i fondelli mai vista. I guardiani del bidone vuoto dicono che la crisi è dovuta alla caduta dell’immobiliare, alla depressione economica e alle banche, che non hanno sostenuto l’impresa. Sono le ragioni che in genere adducono tutti, privati e cooperative. Autocritiche, zero. E’ vero che nel mondo dell’edilizia e delle infrastrutture, sono falliti in molti, ma non tutti e soprattutto sono caduti i piccoli, spesso a causa degli errori e delle insolvenze dei grandi, tra cui le coop di costruzione, non solo reggiane.. Ora occorre dire con chiarezza che queste coop sono diventate grandi, non per la loro capacità di competere, ma per la protezione del partito, perché le aree agricole da loro comprate diventavano edificabili, il valore del terreno rappresenta oltre la metà del valore complessivo dell’immobiliare. Perché, sicuramente per merito, gli appalti nelle zone rosse li vincevano loro, perché ai loro concorrenti nella distribuzione veniva reso difficile aprire. In cambio la dirigenza veniva fornita dal Partito, senza concorsi e senza selezioni di specialisti e pure nei quadri intermedi troviamo numerosi figli di, sarà un caso, sarà la capacità di giocare a calcetto nei campi dell’Arci, ma questo è. L’elenco di esponenti del Pd passati dal partito e dalle amministrazioni, alla cooperazione e viceversa è lunghissimo e i nomi pubblicati dai giornali sono solo una parte. E il gioco continua, sia nelle fallite, sia in quelle che presentano utili e che spesso, come Coopservice e Cir, sono legate agli appalti pubblici e che la prima fu coinvolta in una vicenda finanziaria che fece molto discutere e non fu mai chiarita del tutto. Inoltre, come i privati,esse non sono immuni da indagini per corruzione, vedi Manutencoop, e da sospetti come negli appalti Consip. Il che testimonia non di reati, che verranno semmai accertati, ma del fatto che l’etica cooperativa ha da tempo lasciato il posto alla normale etica del capitalismo. Poi non è vero che falliscono sole le coop del settore edile e costruzioni, in Friuli sono fallite le coop di consumo come la Carnica e in Toscana la Tirreno non si sente affatto bene. Eppure quelle di consumo, anziché concentrarsi nel loro lavoro, investono in televisioni, comprano blog e giornali, attività in perdita, che servono a comprare consenso, come un De Benedetti e un Caltagirone. Inoltre sarebbe importante sapere dove è investito l’imponente prestito soci che amministrano, come fossero una banca, senza le regole delle banche. Banche che si ritrovano in pancia le loro insolvenze, come Mps, che a loro volta erano governate da uomini del PD. Insomma, più che tavoli, il Pd dovrebbe frequentare confessionali, ma questa è un’altra storia su cui torneremo.

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