Effetto Diciotti: ora Cinque Stelle e Lega sono una cosa sola

Di Flavia Perina

L’immagine da mettere in cornice è quella del senatore Michele Giarrusso, co-pilota del salvataggio di Matteo Salvini, che sul portone della Giunta per le Immunità fa il gesto delle manette ai deputati Pd e pronuncia la battuta più maramalda della giornata: «Io non ho i miei genitori agli arresti domiciliari». È lo scatto perfetto del potere 2.0, al quale non basta vincere: vuole pure l’umiliazione dell’avversario, le forche caudine, la gogna. In questo senso la mimesi del M5S con i suoi antichi nemici è quasi perfetta, non ne hanno spogliato solo le stanze e i palazzi ma anche l’attitudine al bullismo di governo, che è cosa assai diversa delle intemperanze concesse all’opposizione: il Vae Victis è un urlo di rabbia se pronunciato dalle minoranze, una minaccia preoccupante quando arriva da chi comanda.

Certe spacconate possono indicare fragilità, ma non è questo il caso. Concedendo a Salvini la prova d’amore – lo stop all’inchiesta sul caso Diciotti – il M5S ha accumulato un credito enorme che concretizza un salto di qualità nei rapporti con l’alleato. Ha dimostrato di essere amico sicuro della Lega persino sul terreno, fino a ieri intoccabile, delle inchieste e delle immunità. Per il bene comune ha accettato di dividere la sua base in una votazione lacerante e di scontentarne una parte consistente (il 40 per cento), assoggettandola a una scelta palesemente promossa dai vertici per motivi di salvaguardia. Ha marginalizzato Beppe Grillo, il suo fondatore. Ha deluso il suo quotidiano di riferimento, Il Fatto Quotidiano, che da giorni lo incitava alla coerenza. Insomma, ha dato il segnale che serviva per passare dalla categoria del socio occasionale a quella del partner coscienzioso. Non è un passo da poco.

«Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta (…) perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti»

Fino a ieri potevamo considerare il patto M5S-Lega come un’intesa di necessità, maturata per mancanza di alternative politiche e di “numeri” a sostegno di qualsiasi altra soluzione. Una joint venture tra due soci estranei e diffidenti l’uno dell’altro, tanto che ci fu bisogno di un laborioso contratto per definirne i termini. Il voto in Giunta apre una nuova fase, secondo il modello abituale della democrazia italiana che Giuliano Ferrara descrisse a suo tempo in un celebre articolo: «Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta (…) perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti».

Ecco, è questo l’upgrade che i dirigenti del M5S hanno compiuto facendo Scudo a Salvini sulla vicenda della Diciotti, ed è per questo che oggi si muovono così sicuri nonostante il pessimo andamento dei sondaggi, le invettive dei vecchi amici, le dimissioni di qualche esponente locale. Possono bullarsi degli avversari e irriderli perché si sentono finalmente adulti, soggetti paritetici al tavolo “dei grandi”: il calo dei consensi sarà un duro pedaggio, ma il saperlo accettare fa parte di questo nuovo gioco in cui la conservazione del potere è più importante dell’adorazione delle piazze e dei test d’opinione.

I prossimi giorni ci diranno quale tipo di contropartita incasserà la squadra di governo Cinque Stelle, e in particolare Luigi Di Maio, per il suo sacrificio, ma è possibile persino che si accontentino del nuovo status che l’operazione gli consegna. Di sicuro il referendum, il voto unanime in Giunta, e il pronunciamento che presto seguirà in aula al Senato, ricacciano indietro di parecchi metri le ipotesi fantapolitiche su un futuro ribaltone ad opera di Salvini e di gruppi parlamentari nati dallo sfaldamento di FI e Pd: dove li trova il Capitano alleati più affidabili di questi meravigliosi grillini?

Da Linkiesta

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