Ecco perché la recessione può fare molto male a Lega e Cinque Stelle

Di Roberto Scranno

Per la seconda volta in un decennio l’Italia oltrepassa le colonne d’Ercole della recessione tecnica, e magari ha ragione il premier Giuseppe Conte – “Il 2019 sarà un anno bellissimo” – ma l’esperienza ci dice che la decrescita non è mai solo un fatto economico: segna spartiacque politici, concretizza un prima e un dopo nei governi e della vita quotidiana delle Nazioni. Nel 2010 la crisi dei debiti sovrani, uno tsunami assai più potente dell’attuale, ma che cominciò esattamente allo stesso modo – determinò la caduta di Silvio Berlusconi. Nel 2018 due trimestri di calo del Pil, peraltro non consecutivi, furono lo scenario della defenestrazione di Enrico Letta e dell’avvento di Matteo Renzi. E ora?

Il giovane governo gialloverde ostenta il suo ottimismo, ma i fatti ci dicono che è consapevole dei rischi. Il viaggio di Matteo Salvini in Piemonte, con le rassicurazioni sulla Tav pronunciate a dispetto dei suoi alleati, risponde evidentemente alla necessità di tamponare lo smarrimento del Nord produttivo davanti alla prospettiva della decrescita. La goffa operazione simpatia di Conte nei confronti della Merkel mostrata dai fuori-onda marca il tentativo di recuperare consenso in Europa: se a ottobre scatteranno le clausole di salvaguardia solo la clemenza degli alleati potrà salvarci da conseguenze estreme.

Il fatto è che lo stallo del Pil, a prescindere dalle sue cause – eredità del passato, errori nella guerra dello spread avviata a cavallo dell’estate – scombina un’intera narrazione e rende secondari, forse addirittura trascurabili, i principali cavalli di battaglia della maggioranza. Da domani sembrerà meno determinante la lotta senza quartiere agli sbarchi: la sicurezza economica, la sicurezza dei risparmi, la sicurezza del valore delle proprie case e delle proprie imprese diventerà improvvisamente prioritaria rispetto alla sicurezza dei confini. E anche l’idea di una redistribuzione delle risorse, anima del reddito di cittadinanza, probabilmente sfumerà nella preoccupazione di restare schiacciati dai debiti contratti per questo tipo di aiuto.

Da domani sembrerà meno determinante la lotta senza quartiere agli sbarchi: la sicurezza economica, la sicurezza dei risparmi, la sicurezza del valore delle proprie case e delle proprie imprese diventerà improvvisamente prioritaria rispetto alla sicurezza dei confini

Magari sarebbe utile rovesciare i comportamenti delle classi dirigenti del passato, che si rifugiarono in una ostinata negazione della realtà. «I ristoranti sono pieni» (governo Berlusconi). «Sottovalutato l’effetto delle misure di rilancio economico che abbiamo messo in campo» (governo Letta). Magari si potrebbe dire con onestà che la situazione è complicata e richiede immediate contromisure prima che la recessione tecnica diventi recessione vera, di lungo periodo. E tuttavia, almeno dalle prime battute, dai primi commenti, non sembra che il copione sia destinato a cambiare, al punto che Luigi di Maio interpreta alla rovescia persino i dati sull’occupazione, gridando al miracolo – «Siamo tornati ai tempi pre-crisi» – e nascondendo il fatto che il principale obiettivo del cosiddetto Decreto Dignità, cioè la lotta alla precarizzazione del lavoro, al momento è fallito: calano i posti fissi, aumentano solo quelli a termine.

Certo, questo governo ha nei sondaggi consensi assai più alti dei citati precedenti, e magari può permettersi più di altri la scommessa del “fidatevi di noi”. Ma forse sopravvaluta anche le sue capacità di persuasione, la forza del suo romanzesco racconto di cambiamento rispetto ai ragionamenti di realtà: abbiamo già visto il consenso dare alla testa a giovani leader, e convincerli di essere invincibili anche quando i fatti avrebbero dovuto allarmarli…

Da Linkiesta

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