È ora che l’Italia prenda iniziative per le banche e non aspetti l’Europa

war-World-War2-soldiers-2In Europa si sta combattendo una “guerra” finanziaria sul campo dei debiti pubblici.

In prima linea, in trincea, però, ci sono le banche, che sono le maggiori detentrici proprio di quei titoli di Stato spesso a rischio insolvenza.

Proprio gli istituti di credito continentali sono in questi giorni oggetto di piccole ma significative proposte di cambiamento.

La situazione emergenziale spinge un po’ ovunque a prendere dei provvedimenti che possano arginare il collasso. Ma noi Italiani, che alcuni provvedimenti potremmo già averli adottati, non concretizziamo proposte e opportunità che abbiamo sotto il naso, e aspettiamo che sia sempre qualcun altro a decidere per noi. Mentre, nonostante i “nein” di Berlino, in tutta Europa ci si industria – con molta flessibilità e un po’ di fantasia – per evitare il fallimento delle banche europee, l’Italia sta con ignavia a guardare quello che è un non meglio specificato “progetto europeo”.

In Europa sono in corso grandi manovre, e sembra che il primo atto – e forse l’unico – che verrà messo in campo in risposta alla crisi della moneta unica sarà l’unione bancaria. Una misura – la più semplice – per cui ci vorranno non meno di sei mesi e che impone comunque un certo grado di controllo reciproco e, quindi, di unione politica. In effetti, l’unione bancaria è una forma giuridica che garantisce in solido i suoi membri e che dovrebbe fondarsi su due pilastri:

il primo è un fondo europeo di garanzia dei depositi che superi gli attuali sistemi nazionali;

il secondo è il trasferimento della vigilanza sugli istituti di credito dagli Stati e un’autorità sovranazionale come la Bce, con la possibilità di istituire un meccanismo europeo di liquidazione delle banche insolventi.

La Merkel non ha tardato a palesare la propria perplessità per un piano di riforma che formulerebbe una troppo rapida (??) condivisione delle responsabilità. Come per i prestiti erogati dalla Bce (che sono un surrogato della stampa di moneta), o l’acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari (che hanno lo scopo di tenere bassi i rendimenti), anche adesso la Germania si oppone alla formalizzazione di provvedimenti che, di fatto, sono già in atto. Basti pensare che l’Europa ha già assicurato un prestito alle banche spagnole, che dagli “stress test” dei giorni scorsi sono uscite con i cerotti.

Tramite la Banca di Spagna sappiamo che gli istituti di credito spagnoli, per resistere ad uno scenario avverso, andrebbero ricapitalizzate con fondi per quasi 62 miliardi. Cifre ingenti, pari al costo di qualche manovra finanziaria. Ma oltre ai soldi, la Bce ha già fatto trapelare che sarebbe pronta a venire in soccorso delle banche spagnole anche in un altro modo, e cioè aggirando le normativa esistente e allentando i criteri che applica ai titoli consegnati dalle banche stesse in garanzia per ottenere i finanziamenti dall’istituto di Francoforte.

Ma non solo: la Bce potrebbe anche decidere di abbandonare il rating delle agenzie e di affidarsi ad altri criteri per valutare l’affidabilità dei debiti pubblici, che sono proprio il problema maggiore dell’insicurezza delle banche europee e lo strumento principe che le banche danno in pegno alla Bce. Guarda caso, proprio negli istituti di credito di tutta Europa sono attualmente in corso – o si sono appena concluse – mille operazioni, più o meno fantasiose, di “window dressing”, che le banche stanno escogitando per far fronte alle sempre più cervellotiche pretese dell’Eba.

E in Italia qualcosa è stato fatto, ma c’è un nodo fondamentale da affrontare, e in fretta, che è il vecchio dilemma aristotelico che si ripropone sempre uguale a se stesso: il patrimonio “di vigilanza” delle banche è sostanza o accidente? Il dubbio fatto proprio dal don Ferrante manzoniano a proposito della peste di Milano che, mentre lui cogitava nel dubbio, lo stecchì, va riproposto pari-pari, con drammatica e un po’ grottesca attualità proprio in questi giorni e in casa nostra. In Italia si dice e si diceva “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Nonostante la rigidità tedesca e l’inflessibile burocrazia europea, non è escluso che il buonsenso possa prevalere, come sta già accadendo in Europa e in riferimento alla Bce. Lo stesso deve valere per l’Italia e Bankitalia.

Perché ci sono stati innumerevoli rivalutazioni di asset, consentite dai principi contabili riconosciuti da Basilea 3, che in Italia hanno fatto, tra le altre, il Banco Popolare di Milano, il gruppo Ubi e la Carige. Bene. Ma c’è molto altro da fare, e andrebbe fatto, per non prendere dall’Europa solo schiaffi.

Basterebbe che Bankitalia lanciasse un aumento di capitale gratuito. L’ha detto a chiare lettere un banchiere all’antica, ma insieme innovatore, quale è Giovanni Berneschi, presidente della Banca Carige, quinto gruppo creditizio del Paese.

All’assemblea annuale dell’Acri e sotto la convinta copertura di Guzzetti, Berneschi ha ricordato a tutti la grottesca situazione in cui versa un gruppo di banche che sono “quotiste” della Banca d’Italia: Intesa, Unicredit, Generali, Carisbo, Inps, Carige, Bnl, Mps, Caribiella, Cariparma. Questi istituti sono gli stessi, in piena continuità societaria, che nel ’36 furono chiamati a capitalizzare l’istituto d’emissione con 300 milioni di vecchissime lire, oggi equivalenti a 156 mila euro e mai rivalutati da allora, che rappresentano il capitale sociale di via Nazionale. Ai sensi delle regole europee, queste partecipazioni potrebbero essere conteggiate a tutti gli effetti dentro il perimetro del capitale di vigilanza, quello – per intenderci – che concorre a formare il famoso “Core Tier 1”, il coefficiente-principe della stabilità creditizia.

Basterebbe che Bankitalia lanciasse un aumento di capitale gratuito –

Berneschi l’ha ipotizzato a titolo d’esempio, ma non a caso, del valore di 10 miliardi – e le banche quotiste, senza colpo ferire, si troverebbero più ricche patrimonialmente di questo stesso importo, dedotta l’imposta di registro (al massimo 1,5 miliardi) che dovrebbero pagare all’esangue Erario pubblico. Sarebbe un artificio, ovvio, perché quelle quote sono e resterebbero invendibili. Ma perfettamente coerente con la virtualità di Basilea. Perché non farlo, allora, e subito?

Perché vige ancora un decreto del 2005, mai corredato dai previsti decreti attuativi ma neanche mai abrogato, che prevede la cessione a titolo gratuito di quelle quote dalle banche azioniste allo Stato. Basterebbe abrogarlo e procedere. È da presumere che il governatore Visco non avrebbe da eccepire.

Cosa dice il Governo? O è tanto europeista da vedere il bello e il buono solo al di fuori dei confini nazionali?

Mentre prestiamo circa 20 miliardi alla Spagna al tasso del 3% e noi ci rifinanziamo al 6%, non sarebbe il caso di ripensare anche noi il nostro modo di “vedere l’Europa”?

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