Dopo la pandemia

Di Marcello Veneziani

Da quando è cominciato il terzo millennio, la globalizzazione ha patito tre ferite e tre contraccolpi. La prima ferita fu l’11 settembre del 2001, quando fu colpita la capitale globale, New York; e il mondo aperto e sconfinato dovette adottare misure restrittive, allarmare sospetti, linee divisorie, dopo l’attacco terroristico poi tornati ciclicamente, l’ultima volta con Daesh (Isis).

La seconda ferita, senza spargimento di sangue, fu la crisi finanziaria culminata il 15 settembre del 2008, che dimostrò la pericolosa interdipendenza globale e la fragile supremazia del mercato finanziario sull’economia reale. La terza ferita è quella del contagio partito dalla Cina che ha messo in ginocchio il mondo intero, ha generato non solo il distanziamento sociale e l’isolamento in casa ma anche il distanziamento nazionale, le frontiere e i compartimenti stagni per evitare o arginare i contagi. New York fu l’epicentro delle prime due e rischia di diventarlo anche della terza.

I contraccolpi della globalizzazione sono stati invece il degrado ambientale, l’inquinamento del pianeta che ha prodotto mutamenti, denunce e mobilitazioni globali. Poi la rinascita dei sovranismi nazionali, popolari e territoriali anche in reazione ai flussi migratori e al cortocircuito della mondializzazione. Con il relativo avvento di leadership e di outsider in tutto il mondo all’insegna del decisionismo, del protezionismo, del ritorno a temi conservatori e valori nazional-religiosi.

Ma l’effetto del contagio da covid-19 è stato il più traumatico. E non per il numero di vittime. Mentre scriviamo, il contagio è ancora in corso e si temono recidive, ma al confronto con altri contagi del passato, non c’è stata decimazione, la popolazione contagiata è in una percentuale che si conta in millesimi rispetto alla popolazione mondiale, e ancor meno le vittime. Se la mortalità della popolazione mondiale in condizioni normali è poco al di sopra dell’1 per cento all’anno, con il contagio del coronavirus quel numero non è stato modificato, almeno finora. Anche 300mila morti su otto miliardi non sono una catastrofe demografica, per quanto sia impressionante e doloroso il calvario nelle zone più colpite. E più di trentamila morti in un paese come l’Italia in cui muoiono ogni anno più di 600mila persone non sono una decimazione.

Cosa ci fa dire allora che quel contagio ha prodotto mutazioni più radicali di ogni altro evento? Per la prima volta la metà dell’umanità è stata chiusa in quarantena nelle proprie case, costretta alla solitudine, per un tempo piuttosto lungo, stravolgendo la sua vita subendo restrizioni mai registrate. Con un effetto catastrofico sulla vita sociale ed economica, produttiva e lavorativa, oltre che su tutte le attività scolastiche, culturali, ludiche, ricreative, gli spostamenti, il turismo, le relazioni e la vita affettiva. Fino a profilare una vera e propria mutazione antropologica, che sarà difficilmente riassorbita nel tempo. E che potrà determinare cambiamenti, mutamenti di visioni e di prospettive come non era finora accaduto. Allora cerchiamo di capire quali sono stati dal punto di vista geopolitico e geospirituale gli effetti che ha prodotto.

Il cambiamento preliminare, e radicale, è la percezione del limite. Tutti hanno avvertito di avere confini, di rifugiarsi in confini di sicurezza, di non poter incautamente sconfinare. È il messaggio opposto alla globalizzazione e alla pervasiva, ossessiva retorica di abbattere i muri, vogliamo ponti non muri, aprire la società, far cadere ogni barriera. Ciò valeva sia in senso territoriale riferito alle frontiere e ai flussi migratori ma anche all’idea di libertà che non sopporta vincoli, limiti, confini. Sconfinamento di culture, di sessi, di ogni restrizione. C’era un’espressione ieri assai in voga che diventa ogni impronunciabile: contaminarsi. È stato per anni usato come un bene il contaminarsi, ogni messaggio efficace era considerato virale, ogni cosa che velocemente arrivasse senza barriere era ritenuto un effetto positivo della globalizzazione. Quelle espressioni, compreso quel “positivo” usato con una connotazione benefica, sono ora impraticabili. E non si tratta solo di cambiamenti lessicali perché corrispondono a una prassi conseguente. È la fine dell’infinito globale.

Il contagio ci ha fatto riscoprire la necessità di avere limiti, misura e confini, i muri non sono sempre infami ma più spesso sono protettivi, come le barriere, i cordoni sanitari, le frontiere. Anche da un profilo psicologico e religioso: il pericolo di morte, la paura del contagio, la vulnerabilità della nostra vita sociale e personale ci hanno svegliato dal delirio di dismisura e dalla rimozione della morte e della malattia. Ci riconducono alla nostra mortalità e alla nostra fragile precarietà.

A fronte di questo non c’è stato però un risveglio religioso, anzi si è avvertita la spaventata impotenza e l’irrilevanza del fattore religioso; la fede ricacciata nella sfera intima e privata. Era ammessa la possibilità di fumare o portare a spasso il cane ma non di andare a messa. Eppure, al di là delle religioni, una quarantena così prolungata, foriera di angosce, psicosi e depressioni di massa, una paura così diffusa, un’irruzione quotidiana del Male e della Morte nelle nostre case tramite i media, avrebbe potuto suscitare un risveglio spirituale, un’attenzione ai grandi temi della vita e della morte, del dolore e della solitudine, dei legami affettivi e solidali. Non è da escludere che il risveglio possa avvenire nel tempo, se riusciremo a tenere viva la memoria di quel che è accaduto o se saremo costretti a convivere con la percezione di un pericolo tornante o minaccioso sul nostro futuro. Così, il monadismo a cui ci ha costretti la quarantena, dopo il nomadismo, potrà produrre due effetti, per analogia o per contrasto: un più radicale individualismo globale o un ritorno di socialità, fino a riscoprire la comunità organica di destino; con l’attacco del covid-19 abbiamo avvertito di essere consorti, ci siamo sentiti membra di uno stesso organismo, a partire dai concittadini.

Sul piano politico ed economico con la pandemia mi pare che si affaccino due gravi minacce. Una nasce dall’emergenza sanitaria e l’altra dall’emergenza socioeconomica che ne è derivata. Da un verso la restrizione di libertà primarie, di diritti elementari come uscire di casa, camminare, fare sport, spostarsi, andare a messa, imposta dalla necessità e osservata per paura. In una chiave orwelliana, potrebbe essere la prova generale di una specie di totalitarismo sanitario, nato dallo stato d’eccezione e dalla necessità di tutelare la salute dei cittadini, ma poi protratto in forme più soft, indirette, meno vistose ma inquietanti di controllo della popolazione, di limitazione degli spostamenti, tracciabilità della nostra vita, più la possibilità di revocare la libertà ogni qual volta che sia in pericolo reale o presunto la nostra incolumità. E’ un’ipotesi inquietante ma non surreale: qualcuno potrebbe pilotare, manipolare, usare, se non addirittura innescare, un’emergenza sanitaria rispetto a cui vengono sospese le libertà, i diritti, la democrazia.

A questa preoccupazione ne segue l’altra: la catastrofe economico-sociale prodotta dal blocco delle attività, potrebbe innescare, dopo l’invocazione di piani Marshall velleitari (chi dovrebbe garantirlo se tutti i paesi sono sfibrati dalla crisi?) un tentativo di ridistribuzione forzosa dei danni indotti su tutta la popolazione, fino a instaurare una specie di comunismo “sanitario”, che darebbe a tutti un reddito universale di cittadinanza, ridistribuendo i redditi, livellando ogni attività. Una specie di comunismo sorto nel nome delle tante persone che hanno perso aziende, attività, lavoro. Saremmo ben oltre la patrimoniale, perché si ridisegnerebbe in modo egualitario la società.

Questa ipotesi corrisponderebbe a una ridefinizione del capitalismo dentro una gabbia statuale, come accade già nel modello maocapitalista cinese. Questo si ripercuoterebbe sugli equilibri planetari: la crescita del modello asiatico, l’egemonia della Cina comunista, la caduta di leadership degli Stati Uniti, il crollo dei paesi stroncati dalla crisi petrolifera, a partire dall’Iran, l’Europa divisa e in ginocchio. A favore della leadership cinese ci sarebbe anche il fattore demografico e il controllo di continenti come l’Africa, oltre che una quota rilevante del debito americano nelle mani cinesi. Naturalmente ci sarebbero troppe variabili da valutare: il ruolo della Russia e dell’India in questo processo, la reazione degli Usa e di paesi come il Giappone. Ma cambieranno gli assetti geopolitici mondiali.

Una sola certezza possiamo trarre da uno scenario in ebollizione e in mutamento: la vita è sospesa nei giorni di quarantena, ma la storia ha ripreso il cammino. Perché la storia si nutre di sangue, cammina sui morti, regge sulla forza, sulla paura e sulle radicali mutazioni. Dopo la pandemia, verrà il brusco risveglio della storia. Sembrava finita la storia. Ora torna impetuosa e bussa alle porte del comune destino.

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