Delrio e l’arte del galleggiamento

Con quella faccia un po’ così, con quella barba un po’ così, che hanno quelli per cui il potere è un cilicio, ma va preteso e portato per salvare la democrazia dal pericolo sovranista, che poi sarebbero pure un po’ fascisti. Del resto se non governano gli ottimati, cioè il Pd, la democrazia è sempre in pericolo e loro devono stare al potere per salvare il popolo, anche da se stesso, visto che non si può più imporre il voto per censo. Del resto, il nostro Graziano, chiamava Renzi Mosè e il profeta salvò il popolo dall’idolatria del vitello d’oro, facendolo vagare nel deserto, per espiare la sua colpa. Dicevamo dietro quell’aria un po’ così, il nostro è intelligente e soprattutto un grande galleggiatore. Nasce contro Castagnetti, sempre professandosi castagnettiano, poi diventa renziano, poi ex renziano prima del crollo di Mosè, poi con Martina perde il congresso rovinosamente, ma diventa capogruppo alla Camera, votato dagli uni come il meno renziano e dagli altri come il meno zingarettiano. Ora lavora per un accordo coi grillini, sfanculati fino a ieri, ma oggi unico vascello verso il potere, che è poi la ragione sociale del Pd, il partito del Deep State, cioè dei soliti che comandano e lo comandano: banchieri, grandi imprese, apparati statali, magistrati, appunto lo Stato Profondo. Per lui sarebbe un bel filotto: al governo con Letta, con Renzi, con Gentiloni e ora pure con Di Maio, novello Andreotti, insomma inaffondabile. Voti non ne ha molti, almeno a giudicare dai risultati congressuali, nei quali perde regolarmente, ma la vecchia burocrazia post comunista non può competere con lui, del resto non esistono carriere senza merito, fosse anche solo quello di saper galleggiare. Arte in cui è secondo solo a Franceschini, altro scatenato supporter del governo coi grillini. Certo non ha l’oratoria travolgente, ma sa mimetizzarsi e soprattutto tacere: silenzio sulle indagini che coinvolgono i dirigenti comunali, sulla vicenda di Bibbiano,  sulle infiltrazioni mafiose nella città di cui è stato sindaco, silenzio sul crollo del ponte Morandi, era il ministro responsabile fino a poco prima del crollo. Il suo motto dovrebbe essere: taci che così si scordano. Una scelta però, ci sentiamo di dire, la farà: non seguirà Renzi-Mosè nel deserto dopo la scissione, il collegio di Reggio è un porto sicuro e vale più di qualsiasi ideale e gratitudine. Poi siamo sicuri che gli ebrei fossero grati ad uno che li faceva vagare per il deserto, in cerca di una terra promessa e non preferissero il vitello d’oro del voto?

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