De Gaulle, il leader che ci manca

Di Marcello Veneziani

Sono stati in pochi a ricordarsi i cinquant’anni della morte di Charles De Gaulle, il glorioso generale e presidente della Francia. Quei pochi che se ne sono finora ricordati lo hanno presentato come colui che si oppose all’occupazione nazista, contrastò il regime di Vichy del Maresciallo Petain, capeggiò la Resistenza. E fu nell’ideale banchetto dei vincitori, insieme a RooseveltStalin e Churchill. Pagina decisiva di storia, non c’è dubbio. Più velocemente invece viene sbrigato il suo ruolo nella Repubblica francese del dopoguerra; viene inchiodato a una parola, “grandeur”, per accusarlo di megalomania, ovvero la mania di grandezza nazionalista. Si ricordano le sfilate sessantottine contro di lui, ormai quasi ottantenne, ma in un momento in cui altri generali e colonnelli andavano al potere tramite golpe, lui veniva confermato con una valanga di consensi.

Rimase a lungo nella Francia la sua impronta, un partito continuò a ispirarsi a lui, il gollismo diventò una categoria della politica, e anche avversari come Francois Mitterrand, in fondo, furono gollisti di sinistra.

De Gaulle va ricordato per il ruolo avuto in Francia, in Europa e nel mondo del dopoguerra. E per rimpiangerlo su tre precisi punti. Il primo è che De Gaulle fu il leader che seppe unire autorità e democrazia, decisionismo e libertà, patriottismo e repubblicanesimo. Benché militare, De Gaulle mostrò come si potesse avere un presidente decisionista eletto dal popolo e un’autorità a garanzia della libertà. Accettò il verdetto democratico anche quando fu contro di lui, cadde come Renzi per aver indetto un referendum sul Senato, e il paragone non risulti ingiurioso; sono le beffe della storia, il suo ripetersi in forma di farsa. De Gaulle fu un Napoleone in tempo di repubblica e di democrazia.

Il secondo motivo fu nell’aver disegnato una destra, si, antifascista ma nazionalista e rispettosa della tradizione; una destra che non soggiogava la politica al mercato, il popolo al capitale, il pubblico al privato. Rappresentò l’esempio di una destra popolare con grande senso dello Stato che perorava un sistema sociale partecipativo, smentendo il modello anglosassone che voleva la destra mercatista, liberista e antistatalista. La sua fu una destra nazionale e sociale; non appiattì la Francia nell’atlantismo ma lo rigettò, fino a uscire dalla Nato, avversò l’americanizzazione e ogni colonialismo.

Ma la ragione primaria della sua attualità e del nostro rimpianto è legata soprattutto alla sua idea dell’Europa. De Gaulle non pensò l’Europa come mercato e moneta, fondata sul primato dell’economia e della finanza, un’Europa come dis-integrazione delle sovranità nazionali ma prefigurò un’Europa delle patrie, grande, estesa dall’Atlantico agli Urali. Un’Europa civiltà, che non cancella le sue radici. Fu europeista in quanto nazionalista, fu europeista in quanto francese. E considerò l’unità europea non come la fine delle identità nazionali ma come la confederazione delle patrie. Cosa sarebbe stata un’Europa così delineata, che ruolo avrebbe avuto nello scacchiere internazionale, come si sarebbe comportata con le crisi mediterranee, l’ondata dei migranti? Avrebbe avuto un altro corso e un’altra dignità. Mancano i nuovi De Gaulle per realizzare quel progetto ai suoi tempi prematuro.

Ci fu un De Gaulle italiano? Avrebbe potuto esserlo il leader repubblicano Randolfo Pacciardi, combattente nella Resistenza, e poi fautore della Repubblica presidenziale. Gollista fu un altro combattente liberale nella Resistenza come Edgardo Sogno. Per certi versi pure Amintore Fanfani fu un mezzo De Gaulle (mezzo anche per ragioni di statura); ma il suo partito – la Dc- era refrattario alle leadership forti e al nazionalismo. Il gollismo attecchì poco nel Movimento sociale italiano per il ruolo del Generale nella Resistenza; e in ambienti culturali di destra non si perdonò mai a De Gaulle la condanna a morte per collaborazionismo del letterato e critico cinematografico Robert Brasillach, anima limpida di sognatore (a cui pure Almirante dedicò una biografia) per il quale chiesero vanamente la grazia Camus e Mauriac, Colette, Claudel e Cocteau. La suggestione gollista alimentò invece il gruppo Europa ’70 dei presidenzialisti italiani, da Bartolo Ciccardini a Mario Segni; ma non attecchì mai in un paese prigioniero del parlamentarismo e della partitocrazia e timoroso dell’uomo forte.

Oggi l’eredità di De Gaulle anche in Francia sembra dissipata: Chirac e Sarkozy l’hanno sciupata, Marine Le Pen raccoglie l’eredità della Francia petainista per potersi dire erede del gollismo e Macron è un transpolitico, prodotto di una mutazione genetica in un laboratorio asettico.

Ma una cosa è certa: De Gaulle avrebbe difeso con più forza la sua patria dall’attacco dei fanatici islamici ma non avrebbe difeso la libertà tramite l’irrisione e la dissacrazione della religione, propria e altrui, come invece ha fatto Macron. Era profondamente laico ma rispettava le tradizioni religiose. Ma lui era figlio della Francia Eterna, non di quella giacobina, illuminista o tecnocratica.

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