D’Alema is back

 Stanco di produrre vino e di fare l’intellettuale come presidente europeo delle fondazioni socialiste, il leader Maximo è tornato in campo, sfidando i molti che gli vogliono male, nel referendum costituzionale, dove è stato uno dei protagonisti più attivi nel rottamare il progetto renziano. Si è gettato nello scontro con la solita determinazione arrogante,  risparmiandoci il balletto bersaniano, sarei per il si, ma mi si nota di più se voto no? Per nulla invecchiato, se si eccettuano i baffi, ha messo in piedi centinaia di comitati per il no, rivelandosi uomo di apparato che gli intellettuali li usa, anche se non li stima, come non stima i cacadubbi, alla Veltroni, anche quando hanno ragione. Che poi il problema non è avere ragione, visto che lui ha sempre ragione. Il problema è vincere e per vincere, il rancore serve più degli argomenti. Renzi è un “bastardo” come lui e Berlusconi, solo più giovane, ma Maximo non vuole mollare il centro del ring e ha pure ragione se il Cavaliere resta lì, nonostante le ottanta primavere e i malanni fisici. Ora la battaglia si è spostata nel Pd ed è quella finale, non c’è spazio nello stesso pollaio per due galli uguali, possono sopravvivere galli vestiti da capponi, come Orlando e Franceschini, ma non Massimo e Matteo che hanno provato a parlarsi per scoprire che non si può stare in due sulla stessa poltrona. Per Renzi sarà dura, perchè Massimo è l’unico in grado di montare una scissione seria, magari con il supporto delle Fondazioni di Sposetti, dove è sistemato il “tesoro” del vecchio Pci, quello della Margherita è sparito col tesoriere Lusi e con affari sballati, per essere benevoli. Deve riprendere a parlarsi con i cacicchi meridionali, con la Cgil e altri mondi collaterali, coi quali si era preso a sberle negli anni del D’Alema liberista, ma siamo sicuri che riuscirà, non a caso ha frequentato le scuole del Pci, compresa crediamo l’ Università di Mosca, insomma non è un boy scout, anche se cattivo. Confesso di non averlo mai amato, cosa irrilevante per uno che vuole essere temuto, ma non riesco a sottovalutarlo: è un dinosauro ma non sta in un museo, conserva intatta la sua aggressività, la sua rete di relazioni, che spazia dai sindacalisti, ai banchieri, con alcuni cavalli di razza, come il giovane Montanari, probabilmente Bianca Berlinguer, nonchè il folto gruppo di professori che lo hanno affiancato nel referendum. Dietro di lui si agitano uomini di potere come Giuliano Amato, ma è ancora forte nel popolo che ama il rosso antico e si è fatto andare bene Renzi, come una medicina amara. Certo D’Alema non fonderà, se dovesse accadere, una sinistra settaria e conservatrice, l’uomo ha assorbito la lezione del socialismo europeo, la coniugazione tra diritti e doveri, capitalismo e riformismo. Insomma una voce non nuovissima, ma di buon senso, in un momento in cui di fronte ad una globalizzazione che crea  un  ristretto mondo di ricchissimi, contrapposto ad uno sterminato proletariato. Come dice Warren Buffet ” è in corso una lotta di classe e la mia, (quella dei ricchissimi) la sta vincendo”. Lo spazio c’è, non perchè lo dicono i sondaggi e D’Alema può essere il fondatore o meglio il federatore, ma non il leader, sarà generoso almeno una volta nella sua carriera?

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