Dal liberalismo parolaio al liberalismo di lotta

gianninoIl recente appello ferragostano di Italia Futura e Fermare il Declino (tra gli altri firmato da Nicola Rossi e Oscar Giannino) conferma i grandi movimenti in atto per cercare di dare rappresentanza (o catturare consenso) di quella grande fetta della società italiana che si sta ritrovando sola di fronte ad una crisi che non è solo economica, ma anche sociale e spesso di identità.

Dell’appello abbiamo apprezzato la volontà di distanziarsi da una operazione oscura, se non torbida, come la cosidetta “cosa di centro”.

L’alternativa alla “cosa di centro” è il “grande progetto riformatore”. Qui però iniziano le nostre perplessità.

Dopo decenni di riformismo che si è dimostrato puramente parolaio quando non fondato su espansione spesa pubblica, vorremmo capire in cosa consiste il “rinnovato riformismo” e perchè dovrebbe oggi finalmente smuoversi e divenire produttivo a differenza dei decenni passati. Su questo, al di là di proposte generale e che tutti i principali partiti a parole fanno proprie, e cioè necessità della crescita economica e complementare necessità di ridimensionare lo Stato, fatichiamo a trovare elementi che ci facciano capire cosa si vuol concretamente fare, come, con chi, contro chi… manca completamente una ipotesi di strategia politica come manca un richiamo all’analisi della crisi italiana, crisi che non è il frutto di cattiva applicazione di principi astratti ma il risultato di uno scontro tra pezzi della società, tra classi in lotta per accappararsi il surplus sociale; così sembra che il problema della involuzione italiana sia un problema di inadeguata razionalità, e non invece di scontro tra interessi.

Basta capire la battaglia in cui la Lega è stata sconfitta, quella non del federalismo in ambito nazionale, ma quella, legata alle idee di Miglio, di una obsolescenza della burocrazia nazionale, superata da un lato dalla burocrazia europea e dall’altro dalla possibile integrazione su basi macroregionali delle burocrazie regionali. A fronte delle esigenze e interessi di tutta la parte di società che ha lo Stato nelle voci di costo, la classe dei burocrati nazionali e le loro clientele, tramite i propri rappresentanti politici e sindacali, si sono opposti ferocemente ad una misura “razionale” mascherandola dietro la bandiera “nazionale” e sconfiggendo la parte di società che oggi sta morendo di Stato anche per questa sconfitta.

Uno scontro tra interessi, non tra “razionalità”, ha deciso, almeno ad oggi, la partita, e lo ha deciso perchè le classi che si sono dimostrate subalterne alla burocrazia statale, avevano scarsa coscienza dei propri interessi, erano divise, erano malamente dirette e peggio organizzate. Un generico richiamo alla sussidiarietà, senza una lettura della società e dei suoi conflitti, è pura cosmesi, anzi rischia di produrre solo ulteriore confusione tra chi ha bisogno di chiarezza.

Un ulteriore inciso: in modo sospetto l’appello – ma come il precedente “fermare il declino” – tace su l’unica realtà liberale che negli anni ha dimostrato capacità di esistere, resistere e lottare: il movimento radicale. Perchè questo silenzio? Forse per tenere aperta la porta alla “cosa di centro”? Se la genericità ed il silenzio sono il mezzo per una ambiguità capace di tenere assieme chi vive e chi muore grazie allo Stato Italiano, ci viene da dire che si tratta di un film già visto ed il cui esito sono stati gli ultimi 20 anni di declino.

Speriamo sia casuale che l’unica parola d’ordine chiara dell’appello sia quella di di coinvolgere la società civile nella stesura del “programma” .. come non avessimo già avuto esperienze tragiche di programmismo (ci siamo dimenticati l’ultimo tragico Prodi?), che alla prova dei fatti a destra come a sinistra si era solo dimostrata, anche al di là delle intenzioni dei promotori, operazione di propaganda.

Il suggerimento che ci sentiremmo di dare agli estensori dell’appello è di capire e ancorare le proposte che matureranno alla società, a quelle classi che il quotidiano rapporto con uno Stato costoso, inefficiente e cialtrone non solo stanno impoverendo ma soprattutto demotivando e demoralizzando.

A queste classi va ridata fiducia, prospettiva, coscienza del proprio ruolo e della propria funzione creatrice. “Italia Futura” e “Fermare il Declino” hanno questo come punto prioritario della propria agenda? La crisi attuale è una incredibile opportunità di modernizzazione del Paese – e di questo va esplicitamente ringraziata la coerente difesa del rigore finanziario che ha nella Germania il principale sponsor e che impedisce le solite manovre svalutative e/o inflazionistiche a procastinazione dei problemi, ma: a. l’esito non è scontato, poichè ridurre il parassitismo che sta trascinando il paese nel terzo mondo è facile a dirsi ma non da farsi b. la modernizzazione potrebbe essere nel segno di un rinnovato dirigismo statalista e nel segno di una ulteriore spinta alla deresponsabilizzazione degli individui, magari preceduta da una generalizzata espropriazione delle proprietà e dei risparmi privati tramite patrimoniale.

Quindi oggi, più che fare programmi, come si vivesse in un mondo ideale e astratto, va organizzata e diretta la lotta, vanno individuate, organizzate e dirette le forze per far cambiare direzione al paese. E di quali forze parliamo se non delle forze sociali la cui esistenza richiede la modernizzazione del paese e la riduzione dell’oppressione parassitaria dello Stato? Questa è la chiave per costruire alleanze con tutti i ceti sociali che subiscono anch’essi la rapina di burocrazie, mafie e corporazioni, e così sviluppare, pur nella diversità e con le contrapposizioni che oggettivamente vi sono, un percorso comune per uscire dalla crisi.

Vedete, se vogliamo che i principi generali elencati da tanti anni in tanti appelli di stampo liberale abbiano successo, dobbiamo puntare a creare un movimento politico che ridia prospettiva e fiducia alle classi vessate dalle burocrazie locali, nazionali e sovra-nazionali. Per farlo è inutile ripetere principi e fantasticare di programmi; serve invece capacità di lettura e analisi della società, e serve soprattutto strategia politica non avulsa ma radicata nel conflitto tra le classi sociali. Non nascondiamoci dietro ad un cerino: il pensiero libertario di cui alcuni estensori dell’appello sono testimonial, non è un pensiero neutro nè sullo Stato nè sulla società, e nelle dinamiche sociali vede interessi parassitari e regressivi che vivono sull’oppressione e l’inganno di tanta altra parte della società.

In questo Paese la proprietà, il risparmio, il lavoro e l’impresa, quando non sufficientemente grandi da difendersi da soli o quando non frutto della collusione con la politica, sono alla mercè di politicanti, cialtroni, burocrati, delinquenti, e tale rimarrà la situazione fino a che i portatori degli interessi della proprietà, del risparmio, del lavoro e dell’impresa non svilupperanno una coscienza di classe ed una rappresentanza politica adeguata.

E’ la mancanza di coscienza sociale chiara e forte di questi portatori di interesse che ha portato una società intera a farsi ingannare dalle promesse costruite sul debito pubblico. In sintesi, solo un liberalismo fondato sull’analisi della società e radicato nei conflitti sociali può trasformare gli astratti principi di libertà in realtà. Se gli estensori dell’appello intendono seriamente partecipare alla costruzione di un movimento liberale di lotta allora possiamo trovarci fianco a fianco nella partita.

Sarà comunque bene che le figure che più chiaramente intendono il problema politico attuale come un problema legato alla lotta delle classi e non come un problema di mera “razionalità” inizino a collegarsi per costruire una rete ben connessa in grado di fungere da riferimento in questo mare di confusione spesso artatamente costruita da chi ha ogni interesse a mantenere lo status quo.

Carlo Annoni

Mario Saccone

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