COVID-19: depressione economica, c’è chi sente già l’odore

di  BRUNO PERINI

Una tragedia dalle proporzioni bibliche”. Se questo linguaggio lo avesse usato un editorialista, un commentatore o uno scrittore non ci sarebbe da preoccuparsi più di tanto. L’enfasi, la suggestione, gli “interrogativi inquietanti”, sono alcune delle armi retoriche più in voga tra giornalisti e scrittori per sensibilizzare o conquistare il lettore. Ma quelle parole sono state usate da un economista e banchiere, in genere abituato a un linguaggio asettico, freddo, fatto di cifre, percentuali, tassi di crescita, Pil.

Sono state usate da Mario Draghi, l’uomo che conosce bene i punti deboli dell’economia europea e italiana; l’uomo che dalla presidenza della Banca Centrale Europea è riuscito a salvare l’Euro e l’Europa dalla devastante crisi finanziaria del 2008. Draghi, nel suo intervento sul Financial Times, propone da liberista, o forse ex liberista, una svolta radicale e imprevedibile che potrebbe avere conseguenze inimmaginabili sull’economia europea e italiana: getta infatti tra gli attrezzi arrugginiti il paradigma della politica economica dettata dalla Germania e dalla Ue negli ultimi trent’anni e scrive senza mezzi termini: “Non importa se il costo è l’aumento del debito pubblico perché l’alternativa è una distruzione permanente della capacità produttiva”, che, avverte, distruggerebbe a sua volta milioni di posti di lavoro, come avvenne nella Grande depressione del 1929. E gli studiosi sanno bene che la crisi del ‘29 fu superata soltanto 11 anni dopo con la riconversione bellica che diede vita alla Seconda guerra mondiale.

COVID-19: l’Italia e l’Europa sull’orlo della depressione economica

Ecco lo spettro dello scenario da brivido disegnato dall’ex presidente della Bce: la depressione. Se l’Occidente, e l’Europa in particolare, non saranno in grado di dare una risposta in tempi rapidi, senza tentennamenti legati a vetusti schemi del passato, dice Draghi, il vecchio continente potrebbe entrare in una crisi epocale e senza ritorno.

Non è un caso che si parli di ricostruzione come dopo una guerra e non di semplice uscita dalla crisi. La crisi del 2009 era una crisi finanziaria; qui si tratta della più grande crisi dell’economia reale degli ultimi cent’anni. Una crisi appena iniziata, che negli Stati Uniti sta già provocando, a seguito dell’esplosione del coronavirus, quasi quattro milioni di disoccupati in una settimana. Segno che il deterioramento del tessuto sociale ed economico è veloce quanto il virus. E allora è da questo punto di vista che va vista l’emergenza di tutte le emergenze.

La fotografia, la riflessione e l’analisi sull’Italia delle emergenze assume una dimensione inedita e assai diversa da quella di qualche mese fa. Abbiamo sempre detto che l’Italia è da vent’anni in emergenza nel settore delle infrastrutture, del mercato del lavoro, dell’assistenza sanitaria, del turismo, della giustizia civile e penale, dei servizi, ma ora quell’emergenza è diventata normalità rispetto all’emergenza che il virus inietta in tutti i settori vitali della nostra economia. Il mercato del lavoro, ad esempio, sarà un test importante di questa analisi. Lo smart workingha detto a Senza Filtro Tito Boeri, potrebbe diventare un’opportunità, ma anche un grande rischio se le imprese per sopperire ai costi della crisi lo utilizzassero per ristrutturare e licenziare.

A chi andranno i soldi per la ricostruzione?

La pioggia di denaro che arriverà dal debito pubblico e dalla Bce potrebbe avere la funzione che ebbe il piano Marshall alla fine della Seconda guerra mondiale, ma potrebbe anche disperdersi nelle mani fameliche della criminalità organizzata, pronta, stando a recenti notizie di cronaca giudiziaria, a sfruttare ad esempio il mercato del lavoro nero. Infine, quelle aziende che in questi anni hanno predicato il welfare d’impresa dovranno dimostrare che la sostenibilità sociale e ambientale non era soltanto uno slogan.

A proposito di come sarà distribuito il denaro per la ricostruzione. Sarebbe interessante capire se gli aiuti andranno in egual misura anche a quelle filiere che molto probabilmente con questa crisi si sono arricchite e si arricchiranno, ovvero il settore alimentare, i supermarket, che per ragioni di forza maggiore hanno succhiato consumi ai negozi di alimentari al dettaglio, tutte le filiere connesse alla grande distribuzione alimentare, ma soprattutto il settore farmaceutico.

Come ha affermato un operatore di Borsa: “Basterebbe guardare l’andamento dei titoli farmaceutici nelle borse di tutto il mondo per capire che i farmaceutici sono gli unici a non passarsela male in questo periodo di COVID-19”. E sono gli unici a poter programmare con la certezza della vendita la produzione di farmaci. Aiutare il settore farmaceutico nello stesso modo in cui andranno aiutate le imprese che sono state costrette a chiudere sarebbe come se, alla fine della Seconda guerra mondiale, fosse stata aiutata l’industria delle armi alla stregua di altri settori mortificati dal conflitto. Sul dopo dunque le incertezze sono ancora grandi.

Lo stato dell’economia italiana ed europea e le previsioni per fine anno

Di certo ora sappiamo soltanto quali sono le previsioni della comunità finanziaria italiana e internazionale. La Confindustria il 31 marzo ha reso note le cifre elaborate dal suo centro studi: Pil in calo del 10% nel primo semestre. Per fine anno la caduta potrebbe essere del 6%. Previsioni da brivido. Le cifre che snocciola la banca d’affari Goldman Sachs sono peggiori: in Italia il Pil scenderebbe nel 2020 dell’11,6%, più che nell’insieme dell’Eurozona, dove eppure si stima un pesante -9%. La Germania crollerebbe dell’8,9%, la Spagna del 9,7% e la Francia del 7,4%. Per il 2021, invece, sarebbe rimbalzo, ma non tale da annullare le perdite di quest’anno. Secondo la banca d’affari americana, il deficit italiano salirebbe al 10%.

Queste fredde cifre, tradotte nell’immediato futuro, significano che al ritorno dall’isolamento forzato imposto da COVID-19 milioni di lavoratori rischiano di trovare le loro aziende con i cancelli serrati, e migliaia di artigiani e commercianti potrebbero a loro volta entrare nel numeroso esercito della disoccupazione o nel casellario dei fallimenti.

Un indicatore dell’economia reale è il turismo, settore bistrattato ma ancora portante della bella Italia. Un report del centro studi del Sole 24 Ore snocciola cifre inquietanti: “Quasi un milione di posti di lavoro a rischio. Del milione di posti a rischio almeno la metà riguarda il personale stagionale degli hotel, privo di ammortizzatori sociali e tutele. Oltre al personale degli hotel c’è quello di bar, pizzerie e ristoranti, quello impiegato nei servizi di supporto come le lavanderie industriali, il canale Ho.re.ca. che rifornisce di cibo e bevande gli esercizi, gli addetti degli stabilimenti balneari, gli agenti di viaggio e i tour operator, quelli dei parchi a tema, le guide turistiche e via di seguito”. A questo bollettino di guerra non si deve dimenticare l’industria alimentare, oltre ai commercianti, gli artigiani come parrucchieri, estetiste e taxisti. Tutti piccoli imprenditori che contano sugli incassi della stagione turistica per arrivare alla fine dell’anno. Il turismo come asset strategico per l’Italia vale il 13% del Pil.

La crisi nella crisi: Milano e la Lombardia in ginocchio; banche a rischio

Se con uno zoom ci spostiamo nell’Italia del Nord industriale le cose si mettono ancora peggio. Il COVID-19 ha aggredito la Lombardia e la sua capitale con una violenza inaudita, simile a quella di Wuhan in Cina. Ma ora Milano e l’intera Regione Lombardia, da sempre considerata la fucina del capitale e del lavoro, rischiano di essere soffocate e di dover convivere con due virus: il coronavirus e la depressione economica e sociale. Una battaglia impari che potrebbe portare Milano nel tunnel oscuro di una decadenza mai conosciuta prima, o di nuovi mutamenti strutturali ben più traumatici di quelli vissuti nel passato.

Negli anni Ottanta e Novanta le fondamenta della capitale lombarda erano le grandi industrie come Pirelli, Falk, Breda, Alfa Romeo, Riva Calzoni, Abb, e altri colossi industriali. Con il radicale processo di deindustrializzazione Milano ha cambiato volto; è risorta come l’araba fenice sotto altre vesti, è diventata la patria della grande distribuzione e del commercio al dettaglio, della piccola e media industria nata dalla disgregazione della grande industria, del settore finanziario e immobiliare. E, come è noto, è considerata la capitale della moda, del design e dell’innovazione tecnologica. Senza le filiere incrociate che si fondano sulla piccola e media industria e si articolano nei meandri del terziario avanzato, la Lombardia non avrebbe mantenuto il primato economico in Italia.

Ma se già con la crisi finanziaria del 2008 si profilavano ombre sul futuro di Milano, con l’invasione del virus nel milanese, nel bergamasco e nel bresciano, il triangolo del capitale e del lavoro, la disgregazione di quel tessuto produttivo potrebbe diventare realtà. Il grido d’allarme lanciato ad esempio dai vertici della CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e delle Piccole Imprese) a nome di 350.000 aziende, che parla di artigiani in ginocchio e piccole imprese alla disperazione, descrive un quadro drammatico e inedito.

Il Made in Italy e il lusso, si legge in una ricerca di Vogue Business, potrebbero perdere 40 miliardi di euro nel 2020. Le cause di questo tracollo non vanno ricercate nel mercato italiano, ma nel crollo della domanda che tradizionalmente arriva dai paesi asiatici, e in particolare dalla Cina. “La regione dell’Asia del Pacifico è probabilmente la più colpita”, si legge su Vogue Business. “GlobalData ha affermato che i marchi di lusso e gli operatori di cosmetici saranno i più grandi perdenti, vista la loro dipendenza dai consumatori cinesi ad alta spesa”. Una crisi che purtroppo non potrà essere arginata dal gesto generoso ma simbolico fatto da Armani, Prada, Gucci, Saint Laurent, Calzedonia, Le Copains e altre case: riconvertire temporaneamente la produzione industriale per produrre e fornire agli ospedali mascherine, camici e altro materiale medico. La clamorosa decisione delle case di moda dimostra che la riconversione industriale si può fare, ma quello non può essere che un episodio, anche perché la moda vive e si sviluppa grazie ai mercati esteri. Se si fermano quelli è la fine.

Il sistema finanziario e bancario. Mentre la Borsa di Milano, termometro dello stato di salute dell’economia italiana e internazionale, ha toccato e tocca cadute verticali che hanno superato quelle che si verificarono il lunedì nero del 1987, il sistema bancario per ora regge. Per i risparmiatori sono guai seri, e le perdite finanziarie stanno divorando risparmi di una vita. Ma il pericolo su questo fronte – come ha detto su Affari Italiani Luca Dondi di Nomisma – è che avvenga quello che è avvenuto nel 2008, e cioè che gli italiani che hanno firmato un mutuo non riescano a pagare le rate, aggravando così le sofferenze delle banche. “Il timore – dice Dondi – è proprio quello dell’impatto in termini economici sulla sostenibilità delle rate”.

Da Senzafiltro

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