Cosa ci hanno detto queste elezioni americane

 di SERGIO COLOMBO

 

Non è l’«increspatura» che Donald Trump ha irriso al termine del voto dimidterm, ma l’Onda blu dei democratici, pur rompendo gli argini della House of Representatives, non sconvolgerà quel che resta del mandato del presidente statunitense. Tutt’altro. Le elezioni di metà mandato del 6 novembre hanno visto il partito dell’Asinello conquistare la Camera, ma il Senato rimanere in mano repubblicana. E tanto basta al presidente Trump per tirare un sospiro di sollievo. Mentre i dem, pur esultando per una serie di vittorie dal forte valore simbolico, specie a opera delle candidate donne, guardano con preoccupazione alle elezioni presidenziali del 2020. E a un ricambio generazionale che sembra ancora lontano dal potersi ritenere concluso.

I NUOVI EQUILIBRI: PERCHÉ TRUMP NON HA PERSO

Le midterm del 2018 non si sono discostate dal solco tracciato, con poche eccezioni nellastoria, dai precedenti appuntamenti di metà mandato, con il partito del presidente che ha perso la maggioranza alla Camera, ma ha mantenuto il controllo del Senato. Un copione ampiamente previsto dai sondaggi della vigilia, ma suscettibile di influenzare – da qui al 2020 – l’azione politica di Trump, che rischia di restare impantanata nell’ostruzionismo di una House of Representatives ostile all’agenda presidenziale, se si esclude una manciata di dossier, come la riforma infrastrutturale. Sugli altri temi, Trump dovrà sedersi al tavolo col nemico e trovare un punto d’incontro. Ma se è vero che i democratici si rafforzano, The Donald limita i danni. Facendo meno peggio dei predecessori Barack Obama e George W. Bush alle rispettive midterm. Trovando nell’ostruzionismo democratico l’alibi perfetto per giustificare eventuali promesse non mantenute nei prossimi 24 mesi. E allontanando lo spettro dell’impeachment, il processo di messa in stato d’accusa del presidente che è sì istruito dalla Camera, ma viene votato dal Senato. Rimasto in mano al Grand Old Party.

LA PINK WAVE: QUELLE PRIME VOLTE A TINTE ROSA

In assenza di un’Onda blu, sul Congresso americano – e su Trump – s’è alzata vigorosa la Pink wave. Già prima dell’apertura dei seggi, il voto del 6 novembre aveva fatto registrare un record a tinte rosa: quello di candidate donnaCome segnalato dal Center for American Women and Politics, 16 correvano per la diventare governatrici, 235 per entrare alla Camera e 22 al Senato. Ma i numeri non dicono tutto. Lo spoglio ha restituito, scheda dopo scheda, una serie di risultati dall’elevato valore simbolico. Nelle prime ore della notte italiana, in Michigan, la democratica Rashida Tlaib è diventata la prima donna musulmanaa essere eletta al Congresso, raggiunta poco dopo da Ilhan Omar, rifugiata di origini somale che aveva già conquistato la copertina del Time, in Minnesota. Ayanna Pressleysarà invece la prima donna afroamericana a rappresentare lo Stato del MassachusettsSharice Davids (Kansas) la prima nativa-americana a entrare al Congresso e Sylvia GarciaVeronica Escobar saranno le prime ispaniche a sedere alla Camera sotto la stella del Texas. Un altro record, questa volta in fatto di precocità, è arrivato dallo Stato di New York, dove la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez, astro nascente della galassia democratica, è diventata la più giovane parlamentare mai eletta negli Stati Uniti.

VERSO IL 2020: DEMOCRATICI IN CERCA DI AUTORE

Proprio Ocasio-Cortez è uno dei volti da cui l’ala a sinistra dei democratici punta a ripartire in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Ma ci sono da superare le lotte intestine che agitano il partito. E, al di là della allieva di Bernie Sanders, ancora da testare sul palcoscenico nazionale, stentano a riconoscersi figure carismatiche in grado di reggere il peso di un partito rimasto orfano di una stella polare. Lo stesso senatore del Vermont, di cui Alexandria contribuì a organizzare la campagna elettorale del 2016, ha confermato da indipendente il proprio seggio nella Camera alta, ma alla soglia degli 80 anni non può essere considerato il candidato principe da cui ripartire a sinistra. Col suo ampio seguito e la freschezza della dialettica, l’ex musicista Beto O’Rourke aveva calamitato su di sé fondi e riflettori, ma la sconfitta subita per mano di Ted Cruz – seppur di misura e in uno Stato a trazione repubblicana come il Texas – lo allontana per almeno due anni dalla scena politica e rischia di ridimensionarne le ambizioni. Un motivo in più, nella tormentata casa democratica, per non dormire sonni tranquilli. Nonostante la presa della Camera.

Da Lettera 43

 

 

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