Corriere: le ingerenze dei poteri forti

 La stampa dovrebbe essere libera, il cane da guardia del potere, ma purtroppo spesso così non è, in Italia banchieri e industriali controllano i giornali, non per fare un affare, a volte i conti non sono brillanti, ma per controllare la politica, parte essenziale per controllare il potere. Lo dimostrano le intercettazioni di un indagine su Ubi Banca, in cui si leggono le telefonate fatte dal decano dei banchieri italiani, Giovanni Bazoli. Non che abbiano avuto una diffusione amplissima, ma la rete impedisce di mantenerle segrete. In queste telefonate si parla del Corriere, o meglio del contrasto tra l’allora direttore Ferruccio De Bortoli, sostenuto da Bazoli e l’Ad Scott Jovine, sostenuto dalla Fiat, che portarono alle dimissione dell’allora direttore. Ora gli azionisti possono occuparsi della nomina del direttore, ma più che il contenuto delle telefonate, è interessante l’elenco di chi se ne occupa, parlando con Bazoli: Elkann, ovviamente non Lapo, Tronchetti Provera, Pirelli, Nagel ( Mediobanca), Filippo Andreatta, lettiano, Guzzetti (presidente Fondazione Cariplo) e l’onnipresente Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica . Che i protagonisti si interessino più dei giornali che degli affari delle loro aziende, che peraltro spesso  hanno venduto, è il caso della Pirelli, venduta ai cinesi, della Italcementi, ai tedeschi, nel Corriere era interessata pure la famiglia Pesenti, della Fiat, che è italiana solo per l’influenza, ma risiede in Olanda, Mediobanca che non brilla nel firmamento mondiale. Ancora meno spiegabili gli interventi di Maria Giulia Crespi, che se voleva impicciarsi, poteva evitare di vendere il Corrierone, Filippo Andreatta, che non si sa a che titolo sponsorizzi l’amico Cazzullo e Giorgio Napolitano, che avrebbe dovuto occuparsi dell’Italia e persino Ezio Mauro, direttore della concorrente Repubblica, supponiamo per conto di De Benedetti, italiano residente in Svizzera, come Marchionne. Insomma, se fossero intercettati i poteri forti, scopriremmo perchè il capitalismo italiano non sia un granché, visto che è su base relazionale, in un intreccio tra politica, banche, giornali e fallimenti industriali. La patata è bollente, titolerebbe Feltri su Libero, non ci riferiamo però alla Raggi o alle starlette candidate da Renzi, o alle ministre di Berlusconi. Ripensandoci, forse il problema non è neppure che la stampa non sia libera, ma che non lo sia l’Italia.

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