Cooperative rosse e conflitto di interessi

edificioParticolare interesse ha suscitato il libro “Le cooperative rosse – Il più grande conflitto di interessi nell’Italia del dopoguerra”, curato da Vittorio Feltri e Renato Brunetta. Gli autori, in questo libro, analizzano l’intreccio di interessi esistenti fra la sinistra, le cooperative rosse, le istituzioni governative (il riferimento temporale è al Governo Prodi) e le Amministrazioni locali;

intreccio che prefigurerebbe un palese conflitto di interessi, incompatibile con una sana e libera economia di mercato.

Le Cooperative rosse, secondo gli autori, sarebbero divenute delle vere e proprie aziende capitalistiche che hanno come principale missione quella di finanziare e procurare voti alla sinistra, in cambio di una legislazione privilegiata in campo fiscale e di un’assegnazione preferenziale degli appalti pubblici: una sorta di “economia di scambio” a danno delle aziende non cooperative.

Vi sarebbe inoltre una sorta di “porta girevole” che consente un interscambio di classe dirigente fra il Pd, le cooperative rosse, la Cgil, le Amministrazioni locali e viceversa.

Spesso le Amministrazioni comunali, provinciali, regionali erogano finanziamenti pubblici a sostegno della cooperazione; finanziamenti che non avrebbero, secondo gli autori, alcuna giustificazione in una normale economia. Il libro denuncia il fatto che i media avrebbero posto sotto i riflettori il conflitto di interessi riguardante Berlusconi, in quanto governante, e le sue aziende, mentre avrebbero ignorato il colossale conflitto che esiste fra le cooperative rosse e la sinistra di governo.

Si sarebbe così creata un’area economica privilegiata, all’ombra della sinistra, al cui centro si porrebbe il partito-azienda, ossia il Pd, in origine Pci. Il legame tra le Cooperative rosse e la sinistra avrebbe dato vita ad un impero politico-finanziario-aziendale non indifferente.

A questo proposito, nel libro, vengono riportati i numeri di questo impero: la Legacoop avrebbe un giro d’affari annuale di 45,7 miliardi di euro, che costituisce poco più del 3 per cento del Pil italiano. L’impero conterebbe 401 mila dipendenti, 7 milioni e 350 mila soci e 15.200 Cooperative aderenti. Mediaset avrebbe invece un fatturato annuo pari a 3 miliardi di euro, dunque molto inferiore a quello delle cooperative rosse. Gli autori evidenziano inoltre che un conflitto di interessi fra Governo delle sinistre e cooperative rosse si è reso manifesto in occasione del Decreto Bersani sulle liberalizzazioni; Decreto che avrebbe rappresentato l’ennesima dimostrazione di come la sinistra avvantaggi la grande distribuzione, in quanto, in gran parte, legata alle cooperative rosse, a discapito della rete distributiva minore e dei piccoli e medi commercianti.

Insomma, secondo gli autori, chi non è del giro della sinistra sarebbe escluso, emarginato e senza chance di sviluppo e prosperità, in un sistema non libero, ma chiuso.

False liberalizzazioni sarebbero state quelle di Bersani, in quanto la scelta di consentire la vendita di farmaci e di giornali nei supermercati sarebbe stata concepita, prima di tutto, come un regalo alla cooperazione rossa. Come ulteriore esempio di conflitto di interessi gli autori riportano il caso Hera Spa, la super Municipalizzata di Bologna e dell’Emilia Romagna, nel cui consiglio di amministrazione siedono rappresentanti delle cooperative rosse; Municipalizzata che il Governo Prodi inserì, accanto all’Eni, nell’ accordo quindicennale con l’Algeria, per l’importazione di gas. Gli autori dichiarano di non volere sparare a zero contro il movimento cooperativo, che ha origini cattoliche e socialiste e la cui forma d’impresa è tutelata dall’art. 45 della Costituzione, ma di volere sottolineare la necessità di risolvere al più presto la questione rappresentata da un anomalo intreccio di interessi fra la cooperazione rossa ed il Partito-Stato, rappresentato dal Pd e dalle organizzazioni economiche e sindacali collaterali.

Nella parte finale il libro apre le porte ai principi della cooperazione, compresa la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, e loda il valore del «mutuo soccorso», per migliorare le condizioni delle classi meno abbienti, ma auspica che ciò possa realizzarsi all’interno di nuove regole che pongano le aziende cooperative e private sullo steso piano. Gli autori osservano, inoltre, che nelle cooperative rosse spesso il management è autoreferenziale, mentre i soci, rispetto agli azionisti delle società non cooperative, non hanno veri poteri di controllo sul management stesso. Il management inoltre, proprio per la sua autoreferenzialità, è indotto a realizzare alleanze personali con il potere politico-partitico a danno della trasparenza alla quale invece sono tenute, per legge, le società non cooperative. La commistione di interessi fra le cooperative rosse, le amministrazioni pubbliche e le società pubbliche alleate contribuisce inoltre a rendere ulteriormente nebuloso lo scenario economico.

Per questa ragione gli autori auspicano un ritorno della cooperazione alla sua finalità originaria d’aggregazione dei lavoratori su progetti d’impresa, avulsi da spericolate operazioni finanziarie e speculative: auspicano cioè un recupero del principio dell’etica mutualistica e di un riformismo che metta finalmente la cooperazione al servizio dei cittadini, consumatori e produttori.

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