Colpevole non è il governo, ma il nostro disimpegno

Lo ammetto, sono colpevole. E non solo, sono anche critico verso chi non lo è. Già, perché il 4 marzo non sono andato a votare e poi quando si è installato il governo giallo verde mi sono messo alla finestra a vedere che cosa facevano, ma non mi sono mai tenuto e ho criticato aspramente, soprattutto i 5S. Avevo torto. Non sto dicendo che le mie critiche non fossero fondate, anzi non mi rimangio nulla di quello che ho detto, ma il problema era tutto mio. Perché sono incorso nel grande peccato italiano: NON FARE NIENTE E POI NON FARSI ANDARE BENE NIENTE. Non sono colpevole verso i governanti, ma verso gli elettori del movimento. Loro ci hanno provato, hanno dato fiducia a delle persone nuove, a dei carneadi che avevano il pregio di non essersi smerdati con la precedente politica, fatta di amici, amici degli amici, bustarelle, corruzione e mafia. Contro tutta questa merda l’unica maniera per passare era avere parole d’ordine semplici e forti, al limite della credibilità (e qualche volta anche oltre). Perché il pregresso era stato troppe volte uno schifo insopportabile. Questa bella gente (gli elettori) aveva tante pulsioni, e tanto rancore: le pulsioni erano a volte semplicistiche, starsene a casa aspettando che qualcuno ti offra un lavoro, anche se non sai fare praticamente niente, i rancori erano il tradimento non di un’ideologia (tutte defunte, per mancanza di seguaci e NON in sé), ma di un modo di avere un mondo meno aggressivo e più equo, magari anche solidale (se le finanze reggessero). Di qui lo tsunami di voti per il M5S. Naturalmente il contraltare naturale per formare un governo sarebbe stato la non destra, ma la non destra era un pozzo avvelenato da un signore di poche, ormai, speranze e di molto rancore. Matteo fiorentino, che prima ha conquistato il PD e poi l’ha svuotato piazzando cavalli bolsi che come unica competenza avevano quella della cieca obbedienza. Fu quindi necessario pescare nell’area della destra qualcuno che non fosse il berlusca. Quindi toccò a Matteo verde. Programma di scopo, mai completamente pubblicato e soprattutto senza priorità, poca fiducia reciproca e via che andiamo. Dove è un mistero. Ma ancora è colpa mia, perché continuo a non fare niente se non a dire che così non va. Affidando quindi le mie speranze a Babbo Natale.

Perché se ho sete, almeno questo la vita me lo ha insegnato, non devo aspettare che mi piova in bocca, ma devo andare a cercare l’acqua. In questo caso devo entrare ATTIVAMENTE là dove si decide. Quindi iscrivermi alla Lega o al M5S. E qui nascono i miei blocchi. Perché la Lega da sempre è un partito con un uomo solo al comando, praticamente un regno. Quindi per fare qualcosa dovrei prendere il posto di Matteo e la vedo un tantino dura, vista anche l’anagrafe. Dall’altra parte il M5S non è un partito, non è semplice entrare e decidere, perché ti devi iscrivere, dare una serie di dati personali e di password, e quindi ti senti un po’ nudo. Da qui il fatto che alla piattaforma Rousseau, a detta di Casaleggio, gli iscritti (solo nome e cognome) sono un milione, ma quelli che poi votano (con relativa cessione dei dati personali) sono 170.000. Con queste basi è comprensibile che il mondo degli eletti sia quello che vediamo e che le competenze siano quelle che risultano. Da qui la necessità di “pescare” da fuori un Presidente del Consiglio e alcuni altri ministri tecnici. Perchè su queste basi è difficile che professionisti di alto livello o professori universitari di dichiarata fama internazionale siano disposti a collaborare e qui nasce il problema, perché se sull’onestà si può giurare, sulle competenze si zoppica parecchio ed è un peccato, perché, finiti gli inciuci e le camarille, molti sono i quattrini che ne vengono e che potrebbero dare coperture a molte delle annunciate riforme. Ma competenze e decisionalità latitano e quindi anche questo governo sta virando verso il bigio, sempre e non scherzo per colpa di quelli che non si decidono ad impegnarsi, a fare qualcosa, a partecipare, magari soltanto andando in piazza a dire sì o no a problemi reali. Per chi non vuole entrare nei partiti restano le piazze, ormai sgombre da tutti.

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