Ciò che non siamo, ciò che vogliamo. Ulteriori dettagli

n27-f5177f4Han tutti deciso che siamo la nuova ruota di scorta di Casini (della Lega, di BS, di Passera, di ilpotentedivostrogradimento …) e che l’unica cosa a cui aspiriamo è essere cooptati nel “Grande Centro” per fare le belle figurine dell’ennesima operazione gattopardesca concepita nei salotti della “Roma che conta” (i proventi fiscali estratti agli italiani, suppongo).

Una versione leggermente ridotta del testo che segue è apparsa, a firma di Carlo Calenda, Oscar Giannino, Andrea Romano, Nicola Rossi, Luigi Zingales e mia (col consenso degli altri promotori di Fermare il Declino, Andrea Moro, Sandro Brusco e Carlo Stagnaro) come Lettera al Direttore sul Corriere della Sera.

Potrà forse aiutare a chiarire chi siamo e cosa vogliamo.

Gentile Direttore, nei giorni scorsi il suo giornale ha dedicato ampia attenzione alle ipotesi di un “grande centro” dai confini e dai contenuti ancora indefiniti. L’Italia ha senz’altro bisogno di una formazione lontana dai populismi di destra e di sinistra. L’incapacità, da un lato, del PdL di evolvere dallo stadio di partito personale a uso e consumo di Berlusconi e la trasformazione, dall’altro, del PD in un nuovo/vecchio “PDSel” all’insegna dell’alleanza tra Vendola e Bersani, lasciano sia senza rappresentanza milioni di cittadini che senza risposta le enormi sfide che il paese deve affrontare. Positivo è il fatto che, a differenza di altri partiti, l’Udc si riprometta di attingere al di fuori dei professionisti della politica per dar vita ad un’offerta rinnovata.

L’urgenza in cui si trova l’Italia impedisce tuttavia di anteporre ambizioni personali e mal riposti sentimenti di superiorità all’interesse vitale di alimentare l’urgenza di riforme modernizzatrici con massicce dosi di nuovo consenso democratico, nuove idee e nuove risorse civili. Oggi saper includere ed aggregare al fine di dare al paese una nuova classe dirigente riformatrice è molto più importante di prima. Per queste ragioni, unite a una congiuntura internazionale che per l’Italia è tanto drammatica quanto favorevole all’archiviazione dell’offerta politica che ha segnato sia la storia che il fallimento della Seconda Repubblica, esiste oggi un’inedita opportunità per la nostra democrazia: la nascita di una grande formazione popolare che raccolga il consenso dei milioni di elettori che credono nei valori del lavoro e della libertà, del merito e della competenza professionale, dell’apertura internazionale e dell’unificazione europea. I milioni di cittadini, insomma, che con il proprio sforzo e i propri saperi mantengono a galla il paese e che, pur privi di effettiva rappresentanza politica, auspicano nella società civile le riforme indispensabili a ritrovare quella fiducia e quell’energia che l’Italia ha conosciuto nelle stagioni più dinamiche della propria storia. Una formazione, infine, che sappia parlare sia a chi diventa ex produttore, perdendo lavoro o impresa sia a chi, come buona parte dei giovani e delle donne, nelle condizioni attuali non lo diventerebbe mai.

Le premesse e le condizioni perché questo si realizzi vi sono tutte, ma occorre dapprima lavorare alla definizione d’un programma credibile ed efficace nel quale tali forze si possano riconsocere e poi operare per aggregarle e organizzarle. Questa la sfida politica che la parte riformatrice della società civile italiana deve affrontare e vincere nei prossimi dieci mesi. Su tutto questo, almeno sino ad ora, i partecipanti ai tanti tavoli che ruotano intorno al progetto della “Cosa di centro”, a cui veniamo talora indebitamente associati, hanno sostanzialmente taciuto. L’essere “moderati” o “in mezzo” non costituisce, di per sé, né una visione né, soprattutto, un programma politico concreto per far uscire l’Italia dalle secche in cui da troppo tempo si trova. Nemmeno si può semplicemente invocare una prosecuzione ad oltranza del “montismo” come ragion d’essere di un’iniziativa che deve necessariamente guardare agli orizzonti lunghi di una Terza Repubblica tutta da costruire, oltre ad avere la capacità di persuadere milioni di elettori delusi dalla Seconda Repubblica e dai suoi protagonisti. Il governo guidato da Mario Monti ha accumulato meriti importanti.

Ma è del tutto evidente che nel 2013 gli italiani vorranno e dovranno scegliere tra visioni diverse del futuro del paese. E quelle visioni dovranno emergere con chiarezza prima del voto, forti delle proprie convinzioni e fiduciose nella propria capacità di imprimere una svolta agli indirizzi politici nazionali. Scommettere sul contrario, ovvero su generici appelli al buon senso e sulla possibilità di trovare accordi di potere dopo il voto con chiunque ci si trovi a fianco prescindendo dai programmi, equivarrebbe a disperdere una straordinaria occasione storica e a tornare alle peggiori consuetudini della Prima Repubblica.

Italia Futura e Fermare il declino hanno presentato due manifesti di valori e proposte, molto simili, che ruotano intorno a due idee di fondo: la crescita economica come chiave per ogni politica di rinascita della nazione; la coscienza che il maggior ostacolo alla crescita sia la configurazione attuale dell’apparato dello stato che occorre quindi drasticamente riformare. Dismettendo per ridurre indebitamento, liberalizzando per indurre concorrenza ed eliminare rendite, dimagrendo per diventare produttore di servizi utili, rientrando in un alveo più sopportabile sotto un profilo economico (spesa pubblica e tasse) e di libertà personale (burocrazia e merito). In questa visione non sono ammissibili né ulteriori aumenti della pressione fiscale, neanche a fronte di un abbattimento del debito, né crescita della spesa pubblica che va invece e per davvero finalmente risanata, ossia resa produttiva. Solo dalla crescita di un’economia liberata e giusta nel premiare il merito possono arrivare le vere soluzioni ai problemi del paese.

Una visione che si fondamenta nella fiducia verso le capacità individuali degli italiani e che per questo ritiene vadano rafforzati anche gli strumenti di partecipazione democratica dei cittadini a partire dall’eliminazione alla radice dei conflitti d’interesse e dalla riapertura del diritto individuale d’entrata nel mercato politico (primarie, riforma sistema elettorale). Parliamo il linguaggio di un liberalismo popolare che in Italia, pur sostenuto dal consenso e dalle idee di milioni di cittadini, non ha mai avuto il timone del governo e forse nemmeno una rappresentanza politica propria ma che ha incrociato positivamente la cultura della sussidiarietà acquisendo con essa un valore fondamentale del mondo cattolico italiano, ma anche di quello laico. Riteniamo che si possa coinvolgere in tale progetto solo chi, da dentro la politica, vorrà rinnovarsi veramente. Un rinnovamento che non può risolversi nel reclutamento di due o tre personalità della società civile per farne la foglia di fico di operazioni gattopardesche. Occorre cambiare in profondità, in primo luogo sul territorio e poi nella rappresentanza politica.

Non si può essere infatti “montiani” a Roma e “lombardiani” a Palermo, non si può chiedere il taglio della spesa in Parlamento e poi votare la moltiplicazione delle poltrone nelle regioni. La stagione dei tatticismi programmatici e personali può e deve finire, insieme all’idea che la società civile possa svolgere il proprio ruolo solo limitandosi a esercitare dalle tribune il diritto di critica. “Grande centro” e “Cosa bianca” sono termini che evocano un’indefinitezza di contenuti e un attaccamento alla topografia partitica che non promettono nulla di buono. Forse, anche per questo, finora non sono riusciti a vedere la luce. Occorre invece ripartire dalle idee sul da farsi, discutere alla luce del sole evitando tavoli segreti ed improbabili conciliaboli confessionali, coinvolgere chi dalla società civile ha deciso di impegnarsi in prima persona e aprire le porte alle personalità che nei diversi partiti condividono agenda e valori: così si può dare vita ad un soggetto politico nuovo, popolare, liberale e riformatore che abbia l’ambizione di diventare il primo partito italiano.

Italia Futura negli ultimi tre anni ha fatto crescere idee, competenze e impegno civile per contribuire al rinnovamento profondo della nazione, costruendo una rete territoriale diffusa su tutta la penisola e animata da migliaia di volontari e associati. Fermare il Declino, promossa da esponenti della società civile e del mondo intellettuale e delle professioni, ha raccolto in due settimane le adesioni di decine di migliaia di italiani attorno ad un coraggioso manifesto riformatore. Insieme ci impegneremo da settembre per un progetto apertamente politico e profondamente innovatore, lungo il quale incrociare la disponibilità e la volontà di quanti credono che l’Italia non meriti il ritorno a una stagione politica fallimentare.

http://noisefromamerika.org/articolo/cio-che-non-siamo-cio-che-vogliamo-ulteriori-dettagli

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